13In quei giorni c’era eccitazione in Ditta, una specie di vibrazione elettrica, un fremito dovuto alla novita’.
Sei mesi prima la Ditta, grossa e multinazionale, aveva comprato una ditta, piccola a mononazionale e che faceva cubi.
Anche la nostra grossa Ditta faceva cubi, ma quelli della ditta piccola erano piu’ belli, piu’ all’avanguardia, piu’ potenti e veloci.
Uno di questi cubi nuovi era arrivato da noi e c’era grande curiosita’ per quell’oggetto fatato che si sperava avrebbe cambiato le sorti della nostra Ditta.
A quei tempi nessuno sospettava che quel cubo nuovo, potente e veloce avrebbe potuto anche cambiare le sorti dell’Italia. Avrebbe potuto.

Avevano messo il cubo nuovo in un’aula grande, quella per la didattica e ognuno di noi, dal tecnico alla segretaria cercava una scusa per passare di fronte all’aula grande, sperando di trovare la porta spalancata e poter ammirare cosi’ quel totem cubico.
I capi, che erano si’ un po’ tordi ma che mostravano acute capacita’ quando si trattava di produttivita’, avevano notato il viavai e dopo rapidi calcoli avevano deciso che era meglio presentare il cubo ufficialmente, mostrarlo al vario impegatame, cosi’ da far svanire l’aura di mistero e interrompere la processione non autorizzata.
A turno abbiamo acceduto all’aula grande, che adesso sembrava un tempio e a turno ci siamo trovati di fronte all’oracolo (non e’ detto a caso) e al suo sacerdote.
Il Ministro del Culto del Cubo si chiamava Daniele, era un tipo mingherlino con le orecchie a sventola, molto riservato e che si mostrava visibilmente scocciato da quella ingerenza, irritato dalla sola nostra presenza plebea di fronte al suo signore e padrone quadrangolare.
Con aria di sufficienza e gelosia ci aveva mostrato il cubo:
“Stiamo parlando di una Database Machine, che supporta il nuovissimo Y-backbone. In questo modo possiamo far lavorare in parallelo fino a 64 schede CPU. La capacita’ dei dischi e’ di…1 Terabyte”.
Due tecnici erano svenuti all’udire quel numero, fuori dalla nostra immaginazione. Daniele se la rideva di nascosto e continuava a snocciolare dati e specifiche tecniche.
Noi smanettoni annuivamo di fronte al verbo, mentre le segretarie lanciavano gridolini di eccitazione quando Daniele pronunciava parole come “potente”, “veloce”, “rivoluzionario”, sostantivi virili che avrebbero potuto essere associati ad una Ferrari, ad un razzo o ad un nuovo capo divisione.
Daniele ignorava le segretarie tacchettate e minigonnate, che elargivano ferormoni solo a chi consideravano rampante e preferiva rispondere alle nostre nerdissime domande:
“Si’, le schede lavorano in parallelo, no non c’e’ sistema operativo, si’ il linguaggio e’ solo SQL, questa macchina non fa altro che occuparsi di query di database.”
Noi prendavamo nota mentale e annuivamo, le segretarie chioccolavano.
Una di loro, quella amministrativa che si distingueva per la gonna lunga, un certo acume e la tendenza a non darla via al management aveva alzato la mano:
“scusi…”
“dica” aveva accondisceso il sacerdote.
“a che serve quel cubo?”
“P…prego?!” aveva balbettato Daniele quasi arrossendo.
“A che serve quel coso?” insisteva la cocciuta segretaria.
“E’…una database machine” aveva balbettato Daniele, quasi offeso e credendo di aver gia’ risposto a quella domanda. Infatti la segretaria acuminata ha insistito:
“Questo ce l’ha gia’ detto, ma a che serve?”
A questo punto il ministro del culto aveva piegato la testa, resosi improvvisamente conto di vivere in un mondo reale, fatto di uomini e persino di segretarie.
“Serve” aveva iniziato la salmodia “per fare ricerche testuali. In particolare questo cub…questa database machine e’ stata venduta alla SIP. Serve per contenere l’elenco telefonico di tutti gli utenti italiani. Di queste macchine ce ne saranno due, una qui e una a Roma, per ridondanza.
“per cosa?!”
“Se se ne guasta una, l’altra continua a funzionare. La cosa bella” e qui il sacerdote si e’ concesso una piccola porzione di superbia “la cosa bella e’ che anche contenendo tutto l’elenco telefonico italiano, tutte le utenze con nomi cognomi, indirizzi e numeri di telefono, questa macchina ha ancora meta’ dello spazio e della potenza di calcolo disponibile”.
“Scusi ma…” lo incalzava la segretaria sotto i nostri sguardi di disapprovazione.
“Dica” invitava Daniele rassegnato.
“Praticamente questo e’ il 12?”
“Come dice?!”
“Questo e’ il 12, quando chiamo il 12 per sapere un numero o un indirizzo chiamo questo cubo?”
Daniele si era esibito in un buffo gorgoglio poi aveva concesso: “si’ praticamente si’, ma non e’ solo per questo, serve anche per i calcoli delle bollette, per il monitoraggio di utilizzo della rete, per le statistiche di…”
“grazie, e’ stato molto gentile” aveva tagliato corto la segretaria tacchettando via, seguita dal nugolo di segretarie e lasciando ammutolito il Prete Daniele.
Noi tecnici invece eravamo rimasti e a noi era stato concesso di ammirare le viscere dell’oracolo. Siamo rimasti abbacinati dalla visione di tutte quelle schede luciferanti e dal mitologico Y-backbone.
Effettivamente lo scatolone era mezzo vuoto, specie nella parte sinistra, dove uno sportello ad altezza d’uomo celava uno spazio desolato e i maligni avrebbero detto in seguito che quella era la casa di Daniele, che lui viveva nel ventre del mostro, come Giona. O pinocchio.

Io non avevo nascosto a nessuno la mia invidia: volevo essere come Daniele. Volevo anch’io servire un Dio onnisciente, seppur limitato. Avrei voluto anch’io vivere in un cubo.
Non avevo fatto mistero della cosa e lo dicevo anche al Berta, il mio collega-coetaneo, anche lui scalpitante nella sua giovanile voglia di combinare qualcosa e con idee bizzarre per la testa:
“Berta, me ne voglio andare.”
“Dalla Ditta?!?”
“Dall’Italia.”
“Sei pazzo?! E perche’?”
“Soffoco.”
“Va beh, hai meno di 30 anni, sei sempre in tempo a tornare. Dove vorresti andare?”
“Non so, mi piacerebbe fare i cubi”
“Per la ditta piccola?”
“Per la grossa.”
“Ah, il signorino vorrebbe andare a San Diego!”
“Mi piacerebbe.”
“E allora comincia a muoverti, rompi le palle, lecca il culo”
“E’ possibile rompere le palle al quadrato e leccare il culo zero?”
“Difficile”
“Con chi devo parlare?”
“Prova con Don Daniele, lui e’ passato da San Diego”
“Ok, ci provo”.

Avevo bussato alla porta dell’aula grande e non avevo ricevuto risposta.
Ho girato comunque la maniglia, se non c’era nessuno, alla peggio, avrei dato un’occhiata al cubo e me ne sarei andato.
Invece Daniele era la’, in piedi, di fronte al monolite, immobile.
“Non voglio disturbare…” avevo bisbigliato senza ricevere risposta.
Ero entrato e quasi in punta di piedi mi ero avvicinato a Daniele, di fianco. Lui era quasi in trance, guardava il cubo, con gli occhi velati non so se di lacrime o di freon, lo spray per pulire le parti elettroniche.
Pensavo non si fosse accorto di me, mi ero avvicinato a lui e lo sentivo bisbigliare, come se pregasse. Mi sono spaventato.
Ho teso l’orecchio e ho capito che quella litania non era una preghiera, Daniele continuava a ripetere: “tredici minuti, tredici minuti, sono sicuro, sono tredici minuti, solo tredici minuti, tredici minuti…”
“Scusa Daniele…”
“…tredici, solo tredici…”
“Daniele”
“…minuti, tredici minuti…”
“Daniele!”
“Eh? Ah si’ scusa. Scusa…” la mano passava sulla fronte, come se scacciasse un brutto sogno “scusa, ma sta diventando la mia ossessione…”
Io ho capito che potevo osare, anzi che dovevo osare, dovevo capire se diventare sacerdote di un cubo comportava l’infermita’ mentale:
“Cos’e’ che sta diventando un’ossessione? e cosa vuol dire tredici minuti?”
“ahaha, sembro pazzo eh?”
“noooo, figurati…”
“si’ sembro un pazzo e forse lo sto diventando, ma ho rifatto i calcoli innumerevoli volte e mi viene fuori sempre lo stesso risultato: tredici minuti”
“Daniele…ma di che cazzo stai parlando?”
“si’ si’, e’ vero, sembro pazzo. sediamoci dai. Un caffe’?” e prima di attendere la mia risposta, che sarebbe stata negativa, Daniele era sparito per ritornare con due bicchieretti plastici, pieni di un liquame ristretto che poteva sembrare caffe’.
“Ti ricordi la storia dell’elenco telefonico e del fatto che la macchina e’ sfruttata solo per la meta’?” mi ha chiesto Daniele senza quasi respirare
“Si’, certo, ma cosa c’entra…”
“Cosa ci si potrebbe mettere nella meta’ vuota?”
“non…non saprei…”
“Dici che si potrebbero mettere le dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani?”
“…” – cominciavo a capire
“Allora” proseguiva Daniele con sguardo spiritato -“se mettiamo i dati di TUTTI gli italiani, non solo le referenze telefoniche e TUTTI i dati fiscali, la macchina non sarebbe comunque utilizzata completamente, ma non e’ questo il punto.”
“E qual e’ il punto?”
“Il punto e’ che bastano due query, tre al massimo per avere un elenco di tutti gli evasori fiscali e…e…”
“e?”
“e…e il risultato l’avrei dopo 13 minuti di calcolo”
“E’ tanto?” ho chiesto io che non capivo il punto.
“Non capisci il punto!” – infatti – “il punto e’ che si puo’ fare, e che non ci vogliono mesi o settimane, nemmeno giorni. Non ci vogliono investimenti o tarature. Ci vogliono 13 minuti. Certo questo e’ il tempo di calcolo, poi se vogliamo una stampa i tempi sono diversi, ma con una stampante a nastro direi che in un mese al massimo si avrebbe un faldone con tutti gli evasori, visualizzati in ordine alfabetico”.
“io non so che dire” avevo detto io che invece sapevo benissimo cosa dire e per riempire il vuoto ho sputato una banalita: “perche’ non si fa?”
Daniele mi ha guardato e i suoi occhi velati hanno finalmente materializzato la mia presenza, dissolvento definitivamente il suo sogno:
“Perche’ non si fa? Perche’ non si fa?!? Gia’ perche’ non si fa? Ma perche’ non gliene frega niente a nessuno!”
“Come no?! Forse non sanno che questa macchina puo’ fare questo calcolo”
Daniele si era fatta una grassa risata: “Certo che lo sanno! Come lo sa la SIP lo sa anche la finanza o qualsiasi ditta o ente che si occupa di incrociare dati. Dai non fare l’ingenuo. Non lo si vuole fare!”
Io li’ ho avuto uno scatto di follia:
“Daniele…facciamolo noi!”
“Eh?”
“Carichiamo noi i dati, aspettiamo noi 13 minuti”
“Tu sei pazzo!”
“Facciamolo!”
“Sei matto, ci sono dei vincoli contrattuali, non e’ che puoi usare la macchina per scopi privati”
“Ma questo non e’ uno scopo privato, e’ uno scopo pubblico”
“Non esiste, se mi beccano mi cacciano”
“Dai, non ti scoprirebbero mai, sei tu il guru e poi saprai benissimo come cancellare le tracce.”
“Pazzo, tu sei pazzo, esci di qui, io non ti ho detto niente. Esci!”
Me ne ero uscito un po’ avvilito. Il mese dopo spedivo il CV a San Diego, alla fabbrica di cubi. Poi il destino ha deciso in altro modo e sono finito a Monaco.

Chissa’ dove e’ finito Daniele, chissa’ dove sara’ adesso e cosa pensera’ di questa ultima follia italiana, questa nuova moda di pretendere che tutti paghino le tasse.
Chissa’ se il cubo di oggi invece di 13 minuti ci metterebbe 13 secondi o magari 13 millisecondi.
Chissa’ se Daniele si e’ pentito di non aver aspettato 13 minuti.