Get a site

Tag Archive: suicidi


L’ultimo consiglio

Dopo che era morta la mamma, due mesi prima, non era rimasto piu’ nessuno a volerci bene a lui…no forse solo uno.
Quelli del bar avevano smesso di scherzarlo per una settimana,  dopo che era morta la mamma, poi avevano ricominciato. Tutti tranne il Vito. Il Vito era l’unico a volerci bene dopo la mamma.
Dopo che la mamma l’era morta aveva dovuto fare qualche lavoro e il Vito prima ci aveva trovato il posto dal prestinaio che pero’ era difficile e il prestinaio l’aveva mandato via e adesso lavorava al magazzino dei pezzi delle macchine. Faceva il lavorare di due muletti perche’ era grande quasi due metri e pesante come i due muletti e ci aveva le mani  che erano grandi come la cassa dei pezzi dei freni.
Il Vito ci aveva detto "Ambrogino, questo e’ il lavoro per te, fallo bene perche’ il lavoro e’ la dignita’". Lui non sapeva mica cosa l’era la dignita’ ma se la diceva il Vito allora l’era una cosa giusta.
Ci diceva tante cose giuste, il Vito, "consigli" li chiamava e lui li scriveva tutti sui fogliettini gialli, quelli che si  attaccano ma non tanto. Aveva le tasche sempre piene di quei fogliettini e  ogni tanto li rileggeva, piano, seguendo le scritte col dito perche’ lui era lento, non era scemo solo lento, cioe’ questo era quello che ci diceva il capo del magazzino  dove lavorava, ci diceva: "Ambrogino, tu non sei scemo, sei solo lento".

Lui la sera tornava nella stanza che aveva affittato dopo che la mamma l’era morta e l’avevano cacciato di casa e prima di addormentarsi rileggeva tutti i "consigli" del Vito e per ultimo leggeva il suo preferito: "Tieni la testa fresca e i piedi al caldo". Lui lo faceva sempre e non si ammalava mai.
All’inizio non seguiva i "consigli" perche’ non si fidava, pero’ una volta il Vito ci aveva detto: "Guaglio’, l’ospite e’ come il pesce: dopo tre giorni puzza". Lui non sapeva cosa l’era un ospite, ma aveva comprato un pesce, l’aveva messo sul davanzale e dopo tre giorni aveva cominciato a puzzare e aveva dovuto buttarlo via. La mamma lo aveva sgridato, ci aveva vosato dietro  e si era messa a piangere perche’ credeva di avere un figlio pazzo oltre che lento, ma lui doveva sapere se poteva fidarsi del Vito e da quel giorno si fidava.
Il Vito ci parlava sempre della sua citta’, che era bella, che era piena di  mare e che l’aveva lasciata  per andare al nord a lavorare. Il Vito ce ne parlava e intanto ci diceva i consigli che lui scriveva con la scrittura incerta  su quei fogliettini gialli: "Non e’ tanto il caldo quanto l’umidita’" o "Bere a stomaco vuoto fa malissimo" oppure "Chi dice donna dice danno" e anche "Se hai il singhiozzo bevi sette sorsi d’acqua".
Lui sapeva che se seguiva quei "consigli" non sbagliava mai e magari oltre la mamma e il Vito anche altri ci avrebbero voluto bene.
Poi un giorno arrivo’ al bar prima del solito, in tempo per sentire il Brusco che diceva una cosa cattiva. La diceva agli altri ma lui l’aveva sentita bene. Il Brusco aveva detto "…ci manca il quarto per la briscolina ma tra un po’ arriva Vito che pero’ prima di giocare deve raccontare la solita marea di stronzate al suo amico deficiente. Certo che Vito si e’ preso proprio una palla al piede a tirarsi dietro quell’idiota".
Lui era lento, ma non era stupido, aveva capito che era lui il deficiente. Senti’ un dolore al petto, dove c’e’ il cuore. Non voleva che il Vito aveva una palla sul piede, non voleva schiacciare il piede dell’unico amico che ci voleva bene. Tutto ma quello no.
Allora torno’ di corsa a casa, prese tutti i suoi soldi e poi di nuovo di corsa alla stazione dei treni. Con un miracolo compro’ il biglietto del treno, di sola  andata perche’ si fidava del Vito e sapeva che il suo consiglio funzionava anche  quella volta li’ e che lui non tornava piu’. Sempre per miracolo sali’ sul treno giusto e dopo quasi dieci ore arrivo’ nella citta’ del Vito. Albeggiava.
Non perse tempo e comincio’ a camminare guardando tutti i palazzi. Il dolore al cuore non cessava, pensava alle parole del Brusco: "raccontare…marea…stronzate". Vito non ci raccontava stron…cose brutte, ci diceva i consigli, che erano cose vere.
Passeggiava per la citta’, leggeva i consigli e andava a vedere tutti i posti che il Vito ci aveva raccontato. A mezzogiorno aveva gia’ visto tutta la reggia di capodimonte, aveva attraversato San Gregorio Armeno tre volte ed era stato in Duomo. Nel pomeriggio aveva ripreso a camminare e quando aveva visto il golfo dall’alto quel groppo al cuore si era sciolto, ma non del tutto.
Verso sera era andato a vedere il Cristo Velato, alla cappella Sansevero. Il Vito ci aveva parlato tanto del cristo e intanto ci aveva dato un "consiglio" che si era scritto: "Guaglio’, l’uomo non vive di solo pane, anche di bellezza". Lui allora aveva mangiato una frittatina che non era come le frittatine che conosceva lui, poi era andato a vedere il Cristo Velato e ora stava bene,  si sentiva bene, aveva gli occhi pieni di bellezza.
Aveva ricominciato a camminare e a guardare e a vedere la  bellezza. I colori del mare  che aveva visto per la prima volta erano ancora  tutti li’ dentro la testa e le mani gli sudavano.
Si era fermato in una piazza grande e il cuore  finalmente era leggero perche’ aveva letto l’ultimo consiglio che ci aveva dato il Vito e la felicita’ di sapere che anche quel consiglio era vero ci aveva alleggerito il peso nel petto.
Lo lesse l’ultima volta quell’ultimo consiglio e  il cuore si sciolse.
Sapere che il Vito non ci aveva detto le bugie gnanche quella volta li’ lo rese  felice, ma tanto, ma tanto, ma tanto…

Si accascio’ proprio in piazza Plebiscito, tentarono di rianimarlo ma il medico, un passante, sospese il massaggio cardiaco dopo venti minuti.
Nella mano stringeva un post-it con scritto: "Guaglio’, sient’a me, vedi Napoli e poi muori".

Occorrente

1 buon amico
1 buon consiglio

La poesia uccide

Si chiuse la porta alle spalle e vi si appoggio’ rilasciando un lungo,liberatorio, sconsolato sospiro. Finalmente a casa.
Senza togliere la mano dalla fronte dolorante si sfilo’ l’impermeabile sdrucito e lo appese al suo posto con molta cura. Appoggio’ la borsa in pelle sul tavolino del telefono e ando’ in bagno a guardarsi allo
specchio. La solita faccia triste fece capolino dal mobiletto e lo osservava con occhi acquosi.
La ferita aveva smesso di sanguinare. Era solo un taglietto che si stava gia’ rimarginando ma svettava dalla cima di un bernoccolo di dimensioni considerevoli. Gli faceva male, forse avrebbe dovuto mettergli del ghiaccio.
Non si ricordava piu’ se il colpo ricevuto era arrivato dal manganello del celerino che gli aveva sibilato "brutto fannullone vai a lavorare" o doveva ringraziare una sassata di Masci, il ripetente di terza che
intanto gli urlava "Krumiro!".
Era stato tutto un equivoco, lui si era ritrovato in mezzo ai manifestanti, ma aveva solo intenzione di andare in classe, non voleva immischiarsi, oggi doveva spiegare il Foscolo.
Quando si era ritrovato sanguinante era passato dal preside per chiedere il permesso di andare a casa e questo lo aveva congedato con un gesto infastidito della mano dicendo: "vada, vada,  vada via che e’ meglio".
Piu’ della botta pero’ gli aveva fatto male lo sguardo di disprezzo della professoressa di scienze, la dottoressa Gualdi, l’unica che una volta gli aveva dato la speranza di uscire da una vita di solitudine.
Anche lei aveva frainteso, lui voleva solo fare il suo lavoro.
Usci’ dal bagno che si sentiva la febbre. Rivide tutte le scene di quella giornata sciagurata e in quel momento decise che il mondo poteva fare a meno di lui.
Si mise al centro del soggiorno, inspiro’ per l’ultima volta e per l’ultima volta recito’ senza punteggiatura:

L’arresto respiratorio precedette, ma di poco, quello cardiaco.
Per un mese e mezzo nessuno si accorse della sua assenza.

Occorrente:
1 poema abbastanza lungo e senza punteggiatura
1 respiro profondo

La sveglia suono' per venti minuti prima che lui alzasse il braccio smagrito per zittirla. Usci' da un sonno profondissimo, getto' l'occhio alla sveglia e si alzo' faticosamente. Era gia' quasi mezzogiorno -prestissimo- e lui non si alzava MAI cosi' presto. Oggi pero' era un giorno speciale, era il suo giorno.
Le serrande ben chiuse lasciavano la stanza nel buio e al buio si trascino' ciabattando in bagno, accese la patetica lampada da 25 watt e si saluto' allo specchio: "Buon compleanno vecchio mio, cento di questi giorni, anzi mille, anzi diecimila...fanculo...".
Fece il solito check-up, controllo' le occhiaie bluastre, le gengive esangui, la faccia magra dal malsano colorito giallastro. Tutto a posto.
Stanchezza...anche la sera precedente l'aveva passata con giovani donne, sedotte dal suo sguardo magnetico che ovviamente erano capitolate e che come al solito erano finite fra le sue forti seppur esili braccia.
Era stufo di tutto cio', stufo marcio. Non era mai stato un moralista, ma ora era annoiato da quella vita dissoluta, stanco di passare le notti a cacciare giovani prede e a bere, stanco delle discoteche e dei bar, le sue riserve preferite. Per questo aveva deciso di farla finita, voleva riposare. Magari per sempre, magari da oggi.
Controllo' ancora il giornale del giorno prima per essere sicuro e le previsioni del tempo gli confermarono cielo sereno e temperatura mite: perfetto, quello che ci voleva per quel suo ultimo salto nell'ignoto.

Si vesti' di tutto punto, indosso' il suo completo migliore, quello delle grandi occasioni e si mise di fronte alla porta-finestra del soggiorno. Aveva deciso ormai e non aveva nemmeno paura.
Esito' un attimo, ma solo per chiedersi cosa avrebbe visto fuori, se la ringhiera del balcone fosse scrostata o magari incrostata di guano di piccione: era una vita che non si appoggiava a quella ringhiera e sicuramente non di giorno visto che lui a quell'ora dormiva sempre. Si chiese se la strada sottostante fosse affollata...esitazione: e se c'erano dei bambini?! Se qualcosa non andava secondo i piani e dei bambini l'avessero visto?! Non voleva spaventare i bambini.
Poi si ricordo' della sua strana vita e anche quell'esitazione spari', era sicuro che sarebbe andato tutto bene.
Tiro' le tende, sollevo' le tapparelle, spalanco' le finestre e saluto' quel mondo che non vedeva praticamente da secoli.
Il sole accecante di mezzogiorno invase la stanza, inondo' il suo corpo.
Ebbe solo il tempo di sentire milioni di punture di spillo e di sospirare: "finalmente libero...".
I vestiti si sgonfiarono, ormai pieni solo di cenere. Il mantello fece un ampio svolazzo prima di adagiarsi sul pavimento.

Occorrente:
1 giornata di sole
Vampirita' q.b.

Come in una stella


Finalmente il giorno è arrivato! Finalmente il 18 Ottobre 2008 è giunto!
Oggi è il giorno in cui morirò e credo che lo sapranno tutti… o almeno lo sapranno in molti.
Oggi è il "Giorno delle Porte Aperte".  Oggi il campus tecnico-scientifico di Monaco di Baviera apre le porte ai visitatori.
Si possono visitare i centri di ricerca fra i più fantascientifici del mondo: ottica quantistica, fisica del plasma, nanotecnologie, astrofisica, informatica, tecnologia satellitare e soprattutto si può visitare… il reattore!

Però non voglio ammazzarmi di sapere, voglio ammazzarmi proprio, liberarmi di questa stupida vita… non brutta e nemmeno scomoda, solo molto stupida.
Ho fatto un lungo viaggio, il treno ci ha messo un’eternità a portarmi oltre le alpi, arrancando sul Brennero, ma alla fine mi ha depositato alla stazione centrale di Monaco.
Non ho perso tempo e ho subito preso il metrò (pagando il biglietto, voglio morire con la coscienza pulita). Ho preso la S-bahn e poi la linea U6, la blu, che mi ha portato fino al capolinea, un posto dal nome quasi impronunciabile: "Garching Forschungszentrum".

Sono uscito deciso dalla stazione del metrò e ho subito voltato a destra. Mi ero procurato tutte le informazioni dalla rete, sapevo dove andare.
Ho fatto una fila interminabile perché per ragioni di sicurezza e di antiterrorismo devono perquisirti e devi lasciare un documento.
Li ho gabbati! Sapevo che tipo di controlli facevano e per questo non hanno rilevato il chilo e mezzo di gelatina esplosiva da miniera nascosta nell’imbottitura della giacca a vento.

Eccomi di fronte al reattore e alla sua luce blu per l’effetto Cherenkov.
Non ho esitazioni, so cosa fare e dove farlo, i piani del reattore sono pubblici e si trovano in rete. Lascio il chilo e mezzo di materiale, mi allontano e mi metto in un punto ben preciso.
Compongo un numero sul mio cellulare. La suoneria del secondo cellulare collegato alla gelatina innesca l’esplosivo. Uno squarcio.

Fiotti di neutroni, duri e veloci, escono dalla falla e riempiono la sala, suonano gli allarmi. I neutroni colpiscono le strutture metalliche che emettono raggi gamma, letali per ogni forma di vita.
In meno di un minuto siamo tutti morti.
Eh sì, con me sono morte altre dodici persone dalla stupida vita. Lo so non è carino, ma sono sempre  di cattivo umore quando devo morire da solo.

Occorrente:
1,5 Kg di gelatina esplosiva da miniera
2 telefoni cellulari
1 reattore nucleare

Mi guardai allo specchio e rimasi soddisfatta del risultato.
Ora le labbra erano gonfie, morbide e il naso non piu’ cosi’ aguzzo.
Avevo speso gli ultimi risparmi per farmi la plastica, ma ne era valsa la pena.
Gia’ che c’ero avrei potuto anche rifarmi il seno, ma sarebbe stato solo un levarmi uno sfizio prima di andarmene.
Tingermi i capelli ed arricciarli non e’ stato un problema, il vero problema e’ stato sopportare tutte quelle sedute di lampada solare…una noia mortale.
Pero’ anche qui fui contenta della nuova donna che vedevo: calda, sensuale, ma soprattutto…convincente.

Presi i mezzi e i commenti volgari dei passeggeri mi convinsero che avrebbe funzionato tutto a dovere.
Entrai nel bar di periferia, afferrai la prima cosa che vidi, delle patatine forse,  e mi diressi verso l’uscita senza pagare, lentamente. Mi misi a correre solo quando sentii "Ehi tu!".
Corsi lungo il viale, ma senza troppa convinzione, per farmi raggiungere.
Il grido di guerra "Sporca negra!" precedette di poco la sprangata.
Il mio cervello si depose sull’asfalto, questo feci in tempo a vederlo con l’ultimo barlume di coscienza, pero’ non vidi il cane di passaggio che ci piscio’ sopra.

Occorrente:
1 plastica facciale
1 seduta dal parrucchiere
10 sedute di lampade solari
1 bar malfamato e ariano
tendenza al furto q.b.

Tanto e’ tutto inutile

"La vita è un tunnel buio dal quale è molto molto difficile uscire. Se sei  fortunato vedi la luce alla sua fine, se non lo sei vedi solo le sue pareti  incrostate di sputi e di bestemmie.
Comunque non serve camminare verso quella  luce: sempre dentro al tunnel rimani".
Il vecchio mi disse quelle parole con un sorriso dolce, per contrastarne  l’amarezza del significato.
Pensai al miele di corbezzolo, dolcissimo e amarissimo.

Eppure un modo per uscire ci sarebbe, per far finire questa vita insulsa, ma bisognerebbe smettere di essere dei  dilettanti, bisognerebbe agire con accortezza, unendo tecnica e fantasia.
La prima volta che ci provai divenni lo zimbello della famiglia.
Ero giovane, ma gia’ sapevo che Marilyn Monroe era uscita dal tunnel (o era stata fatta uscire) con dei barbiturici, io pero’ di barbiturici non ne avevo e in farmacia mai me li avrebbero dati, senza ricetta poi.
In fondo a che servono i barbiturici? Per dormire, no?

Mi feci 18 camomille e finii al pronto soccorso.
Il medico di guardia mi diede due schiaffi, ma non per farmi rinvenire, visto  che ero già rinvenuto da un’ora e mezza. Me li diede per farmi una ramanzina e  per ricordarmi che a bere troppo ci si possono lasciare le penne, che troppa  acqua diluisce gli elettroliti, si va in coma e si muore.
Quindi ci ero andato vicino.

La seconda volta che ci provai lo feci con metodo, dopo aver consultato il  newsgroup alt.suicide.methods, appunto.
Volevo un metodo non troppo doloroso e ovviamente efficace. Pensavo che la classica pistolettata in bocca fosse il metodo più sicuro e  invece secondo i numerosi tetraplegici nel gruppo era il metodo più
sconsigliato, visto che era molto facile colpire le cellule piramidali alla base del cranio e rimanere paralizzati e tristemente coscienti  invece che imbiancare la parete con le proprie cervella e lasciare così questa  valle di lacrime.

No no, il segreto stava nella sinergia, unire più metodi per evitare la sfortuna  e gli inopportuni soccorritori.
La strategia doveva essere: elettrocuzione, gas, miscela di alcool e  barbiturici, barbiturici che stavolta mi ero procurato simulando una inesistente  insonnia.
Approntai il tutto e mi stesi sul pavimento del soggiorno.
Avevo già ingerito una bella dose di alcool e di barbiturici, avevo collegato i  fili che dai miei polsi arrivavano alla base dell’abatjour mentre in cucina avevo lasciato aperto il gas. Azionai l’interruttore dell’abatjour.

La scossa elettrica mi fece contrarre tutti i muscoli compreso il diaframma.
Il fiotto di vomito alcoolbarbituricoso cadde sui fili elettrici scoperti creando un corto  circuito e una scintilla innescò il gas che si era già diffuso ma che non aveva ancora saturato la casa. Il tutto provoco una minuscola esplosione. Il botto richiamò la vicina rompicazzo del piano di sotto che bussò alla porta (il campanello non funzionava per la corrente saltata).
Le aprii, rincoglionito  e furioso e questa mi fece la solita concione sui rumori molesti e sulle donnine che, a suo dire, mi portavo in casa per fare i soliti giochini rumorosi.
Io annuii sulla soglia, al buio, con lo stomaco vuoto di ogni veleno.
Usai il gas rimasto nella bombola ma per farmi una moka che mi trangugiai mentre riflettevo: il vecchio aveva ragione, non era facile uscire dal tunnel, mi occorreva l’aiuto di un professionista, di una ditta specializzata.

Il mattino dopo mi precipitai a chiedere un prestito di 100.000 €.
Dissi che mi serviva per mettere in piedi un business di lumache da corsa, una  cosa improbabile, ma il tipo losco a cui chiesi il prestito si fregava le mani  al pensiero degli interessi. Certo, perche’ mica andai in banca a chiedere tutti quei soldi, andai da un noto usuraio al quale raccontai che le banche non mi facevano credito.

Invece di investire in lumache mi bevvi i 100.000 € in vini pregiati, foraggiai  le migliori prostitute della città e mi feci vedere su macchine potenti prese in affitto a prezzi pazzeschi. Feci anche un viaggio in un paradiso caraibico, spendendo una fortuna in cartoline per far sapere a tutti dov’ero.
Al ritorno misi in giro la voce che le lumache mi piacevano solo alla parigina,  con molto aglio e che a lavorare non ci pensavo nemmeno.
Allo scadere del mese, quando un energumeno si presentò alla mia porta per  riscuotere gli interessi gli diedi gli avanzi di quello che mi era rimasto,  circa 10.000 euro. Al cercopiteco non sfuggirono le valigie che avevo fatto trovare in corridoio. Mi chiese se pensavo di lasciare la città ma ridendo gli  dissi che no, che le stavo solo lavando.
Mi lanciò un occhiata che mi procurò un eczema.

Sparii dalla città in effetti, ma non prima di aver lasciato detto ad alcune persone inaffidabili dove andavo esattamente, pregando loro di non dire niente a nessuno. Ovviamente dopo due giorni tutti sapevano dov’ero. Inoltre ero sicuro che nel frattempo la banda dell’usuraio avrebbe controllato che ero  assolutamente insolvibile, non avrei potuto pagare il mio debito nemmeno  vendendo un rene.
Il proiettile mi raggiunse in un giorno di sole, mentre ero seduto su una panchina. Entrò dalla tempia destra e fece il rumore di una lumaca schiacciata.

Appena vidi il tunnel pensai che il vecchio aveva proprio ragione, le pareti del  tunnel erano incrostate di tutti i miei fallimenti. Vidi anche la luce e mi misi  a correre. In questo il vecchio si era sbagliato visto che il disco di luce aumentava di dimensioni: mi stavo avvicinando, stavo per uscire.
Ero vicinissimo, mi sporsi e due enormi mani mi afferrarono.
Ero fuori finalmente!

Una mano gigantesca mi prese per i piedi mentre l’altra mi diede un tremendo  ceffone, mentre una voce tuono’: "Congratulazioni, è un maschio!".
Mi misi a piangere, disperato: il vecchio aveva ragione, aveva ragione su tutto.
Mi deposero debole e sanguinolento sul petto di una donna pallida e sudata.
Trovai il suo seno, iniziai a succhiare e pensai al miele di corbezzolo, dolcissimo e amarissimo.

Occorrente:
1 usuraio losco (ma tanto è tutto inutile)

Suicidio quotidiano


Che le mie numerose ammiratrici (ciao mamma) non si turbino per il titolo del post: non ho nessuna intenzione di portar via il lavoro al tristo mietitore.
Piuttosto oggi si conclude un’interessante esperimento della rete che si rimaterializzera’ in una iniziativa editoriale.
Oggi, col suicidio numero 17 si concludera’ l’attivita’ de "Il Suicidatore".
Non ci si lasci ingannare dal basso numero del suicidio-epilogo, in realta’ il suicidatore ha raccolto 365 suicidi, grazie anche al contributo dei bloggaroli tra cui il sottoscritto.
Ogni giorno e’ stato pubblicato un racconto che aveva come oggetto un suicidio.
Potrebbe sembrare una cosa macabra e invece sono usciti dei raccontulli interessanti che hanno strappato piu’ sorrisi che brandelli di carne.
Alcuni di questi racconti, scritti dal suicidatore in persona e scelti dagli utenti, verranno pubblicati su supporto cartaceo.

Con la chiusura del blog gli aspiranti suicidi sono rimasti orfani e io ho deciso di riversare i miei borborigmi letterari su questo blog, ma solo perche’ vorrei tenere l’archivio di quelli pubblicati e ne vorrei rigurgitare altri.
Alcuni di questi racconti gia’ pubblicati su "Daily Suicides" li modifichero’ magari correggendo gli strafalcioni, sono sicuro che cio’ fara’ impazzire i filologi fra mille anni….
Chi non ama l’argomento e’ bene che stia lontano dalla tag "suicidi", per chi invece si e’ incuriosito consiglio di dare un’occhiata al blog originale.

Powered by WordPress. Theme: Motion by 85ideas. .