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Tag Archive: luzbekistan


Soldi uzbeki

eh gia’ e qualcuno pensava che i pipponi uzbeki fossero finiti. Illusi, ne mancano ancora un tre o quattro. Per esempio oggi si parla di soldi.
Ho sempre parlato di prezzi in Euro o in Dollari, ma in realta’ l’Uzbekistan ha la sua bella valuta, il Sum.
Al cambio attuale versando  un Euro si ottengono ben 2146.10 Sum e gia’ cosi’ uno si sente a casa, con le proporzioni della vecchia lira o del glorioso Marco Tedesco.
Questo e’ il cambio legale ovviamente, ma chi cambia legalmente?

Ho capito che non sarebbe stato facile gia’ quando Mahmud, prima della partenza,  ci ha mandato un’email con le informazioni sui prezzi specificando l’equivalente in Euro e in Dollari, sia al cambio legale che a quello cosiddetto "di mercato".
La guida paranoica poi ha fatto il suo dovere trasmettendomi le seguenti  informazioni: bisogna dichiarare tutta la valuta all’ingresso, bisogna  cambiare solo legalmente, bisogna tenere tutte le ricevute sia per  provare ai gendarmi dove sei stato e cosa hai fatto sia per mostrare  all’uscita dall’Uzbekistan cosa ne hai fatto dei soldi. Infatti e’  vietatissimo esportare la valuta Uzbeka e se ti beccano con una  discrepanza fra quello che hai dichiarato e quello che ti trovano  all’uscita al netto delle spese sono cazzi tuoi…
In particolare il governo uzbeko non vuole che tu faccia profitti in uzbekia e che li porti all’estero. Questo e’ uno dei tanti motivi per cui l’economia e’ ingessata…forse ha ragione il sovrano italiano a dire che il comunismo non e’ morto…
La guida aggiunge: "ah dimenticavo, ovviamente se dichiari tutto, e  solitamente i turisti si portano dietro un sacco di soldi visto che  carte di credito e bancomat sono una barzelletta, beh se dichiari tutto  ti esponi alle brame di doganieri e poliziotti disonesti, che sanno  quanto hai e agiscono di conseguenza".
Troia di una guida.

Ne parliamo con Evelina sull’aereo e questa ride, come per tutte le  altre volte. "Nono dichiarate tutto e poi non e’ vero che non si possono  portare fuori i Sum".
Noi siamo perplessi e siccome siamo anche italiani alla fine decidiamo  di dichiarare solo una parte e occultare il resto. Sul foglietto della  dogana che ci ha allungato la hostess sull’aereo ho scritto il falso. I miei geni  longobardi hanno ululato per tutto il resto del volo e solo col senno di  poi posso dire che e’ stata una cazzata. Fossi andato in Tagikistan sarebbe stata una mossa saggia, ma in Uzbekistan no. Ma come si faceva a sapere?

Arrivati in albergo chiediamo a Mahmud come si fa per il grano, dobbiamo  andare a cena. Il nostro angelo custode parlotta con uno dell’albergo,  questo allunga la mano dove noi depositiamo 20 Euro. L’albergatore
sparisce e dopo due minuti torna con 50.000 Sum. Cambio al valore di  mercato, forse un po’ meno.

Il giorno dopo con Mahmud andiamo al piu’ grande e bello e costoso  albergo di Tashkent, questo:

L’albergo e’ dotato anche di un ufficio cambiavalute dove cambiamo 80 Euro al tasso ufficiale e dove ci danno un foglio  stampigliato a testimoniare il fatto. Questo ci sarebbe servito all’uscita per far vedere che abbiamo fatto le cose per bene, che abbiamo cambiato legalmente.
Subito dopo andiamo al bazar dove Mahmud ci guida in un dedalo  di viuzze fino ad un chioschetto dove sta seduta una zingara. Cioe’  pensavo fosse una zingara perche’ ancora non avevo registrato che la  dentatura d’oro era uno status symbol.
La "zingara" e’ una cambiavalute e in cambio dei nostri 300 Euro ci  da’ una carriolata, letteralmente, di banconote. Anzi abbiamo dovuto  aspettare che una sua scagnozza procurasse altra carta uzbeka perche’  aveva finito i Sum.
In Uzbekistan ho visto maneggiare i soldi soprattutto alle donne. Ci sono donne a cambiare i soldi, donne alle biglietterie, donne dietro  le casse dei supermercati, donne che incassano dopo aver contrattato,  donne che prendono e danno soldi. Pare che gli uomini o non vogliano sporcarsi le mani con lo sterco del demonio oppure, come ho notato da  certi sguardi, siano considerati poco adatti a maneggiare una cosa  importante come il denaro. Mi piace pensare alla seconda ipotesi e sotto  questo punto di vista io in Uzbekistan ci starei benissimo.
Torniamo in albergo e mettiamo i soldi sul letto sentendoci un po’ dei bettini craxi:

e poi si ficca tutto in cassaforte, come in un film di sergio leone:

L’uzbeko medio passa la vita a contare i soldi. Infatti c’e’ da dire che  i Sum vengono stampati in due formati: o 500 Sum o 1000 Sum. Basta. Ci sarebbero le monete, le ho anche viste, ma credo che vengano usate  solo per metterle sotto le gambe del tavolo quando balla.
Pare che il governo (leggi: Karimov) limiti la valuta nazionale solo a questi formati per paura dei falsari. Il risultato e’ che l’uzbeko  conta soldi dalla mattina alla sera.
Gli uffici pubblici sono dotati di una ipnotizzante macchinetta, dove  l’impiegato infila il fascicolo di denaro e questo miracolo della  meccanica te lo conta. Non ho idea di come faccia.

Come da patti prestabiliti, in cambio della sua storia, abbiamo pagato la cena ad evelina e ci abbiamo messo 10 minuti a racimolare la  mazzetta, visto che il tasso alcoolico non ha aiutato nella conta:

Come gia’ si sa si contratta per tutto, per ogni cosa, tranne che per i  ristoranti e per il prezzo di ingresso di musei e roba varia.
Per museri e mostre la  tariffa e’ fissa: TOT per i locali e TOT moltiplicato per 4 per i  turisti. Beppe ha provato a lamentarsi ma questi bolscevichi ancora non  si sono scollati di dosso la patina di comunismo: "Tu sei turista, tu  sei ricco, te lo puoi permettere quindi paga e taci". Inoltre ci marciano non poco, nel senso che dopo aver pagato il  biglietto del museo poi devi pagare per salire al minareto oppure per  scendere la tal scala o per vedere il tal arabesco o per soffiarti il  naso. Dopo un po’ mandi tutti affanculo e preferisci stare  nell’ignoranza, infatti non sapro’ mai cosa c’e’ nella cripta di una  moschea di Bukhara. Sopravvivero’.

La storia della contrattazione mi ha portato sull’orlo della crisi di  nervi. Ho gia’ detto che sono longobardo? Ecco sono longobardo e in  longobardia non ho mai osato chiedere nemmeno uno sconto. Qui invece  devi contrattare ed e’ una pena perche’ sai gia’ dove si va a finire. L’avevo gia’ notato, ma una sera in una meravigliosa teeria di Bukhara  l’ho sentito da una altrettanto meravigliosa donna uzbeka che spiegava  la vita ad un gruppo di stolti americani: "Si’, si contratta, ma con  giudizio. Sappiate che il commerciante puo’ permettersi di scendere fino al 22% oltre ci perde. Vedete voi".
Beppe e’ siculo DOC e si e’ fissato l’obbiettivo di ottenere uno sconto  del 30%. Ce l’ha sempre fatta, in alcuni casi arrivando anche al 35% e  mi sono pentito di non aver filmato le scene perche’ di puro teatro si  trattava. Non si e’ fatto scrupoli a spingersi cosi’ in la’ perche’ e’ evidente che la gran massa di turisti, io fra quelli, se riesce a farsi fare lo sconto del 10% e’ un miracolo.
Io invece dalla disperazione sono arrivato a subappaltare a lui l’acquisto di  oggetti per me, perche’ io riuscivo a pagare piu’ del prezzo di base, tanto sono tordo coi soldi. In particolare sia a me che agli uzbeki  sfuggiva il fatto che 1Euro = 1.50Dollari e quindi se si pagava in Euro erano molti meno i dindi europei che si dovevano sganciare. Io cerco di pagare in Sum facendo il rapporto 1Euro = 2000Sum che e’ il cambio ufficiale perche’ il cambio di mercato prevede che ti diano 2700 Sum per un euro e io mi incarto nelle divisioni.
Si’ in alcuni casi paghiamo in euro sia perche’ ce lo chiedono  espressamente sia perche’ vogliamo centellinare la valuta locale.
Il commerciante uzbeko rimane sempre perplesso quando diciamo che non  abbiamo dollari, solo Euro e la nostra obiezione e’ sempre quella e  sempre funzionante: "Non siamo americani, siamo europei non abbiamo
dollari solo euro". Funziona soprattutto se detta con un certo sollevamento di narice in senso  di disgusto quando si pronuncia la parola dollaro. Anzi fa una  certa impressione sul locale questa specie di dichiarazione di orgoglio europeo.
Ecco quindi che con sta storia delle contrattazioni, dei dollari e con i calcoli annessi preferisco  lasciar fare a beppe e stare in disparte a godermi la scena dei due contraenti che se la gestiscono, come fossero un teatro dei pupi.
Devo dire che grazie a Beppe mi sono portato via delle cose bellissime  ad un prezzo ridicolo. Se ne deve essere accorta anche la pregevolissima commerciante di stoffe alla quale il siculo ha strappato uno sconto del
35% dopo un’ora di trattative. Io confesso che mi vergognavo, non sarei  mai stato in grado di una simile impresa e la bellissima commerciante mentre io insacchetto la merce faticosamente conquistata da beppe mi dice sottovoce:
"Your friend is a real businessman"
"I know…" ribatto sentendomi una caccola
"…and you are a good man"
Non ho mai capito cosa volesse dire, forse e’ un espressione uzbeka per  dire "sei proprio un tordo".


Siamo alla resa dei conti, letteralmente.
Alla vigilia della partenza si raccolgono tutte le ricevute di alberghi, ristoranti, musei, cambiavalute, si radunano i soldi uzbeki e quelli europei. Si fa il punto della situazione e come si era previsto avanzano 300Euro, non dichiarati all’ingresso.
Io, che mi sento in colpa anche quando mi controllano il biglietto a monaco e ho un abbonamento valid, comincio a vedermi arrestato, processato e sodomizzato, non necessariamente in questo ordine.
Beppe occulta la sua dose di Euro da qualche parte, inclusa una mazzetta di soldi uzbeki per ricordo. Anch’io mi porto dietro dei Sum: ingabbiato per ingabbiato tanto vale fare il criminale fino in fondo.
Siccome sono molto paranoico e ho visto molti film di 007 mi faccio una bella fasciatura realistica al piede, con tanto di macchie di mercuro cromo e dentro ci ficco implasticato il mio patrimonio. Dire che mi sento scemo e’ poco, ma a detta di tutti l’uscita dal paese e’ la fase piu’ critica perche’ e’ l’ultima possibilita’ che ha il gendarme disonesto di ciucciarti il grano. Vado a letto poco tranquillo e tra la coscienza sporca e il fatto che ci si deve alzare alle tre dormo pochissimo.
Al check-in incontriamo la tedesca coi coglioni, quella che e’ andata in giro per il Tagikistan da sola e ci confessa che anche lei ha occultato la sua quota di Euro nello zaino che ha consegnato al check-in: "Sai in tagikistan se ti beccano dei soldi addosso se li intascano". Io mi sento sempre meno tranquillo.
Compiliamo un modulo in cui, tra le altre cose dichiariamo quanti soldi ci portiamo fuori in valuta estera.
La gendarmessa guarda con indifferanza il foglio e con meno indifferenza il sottoscritto, forse perche’ ostento sicurezza sudando come un tricheco in calore.
Ci blindano. Un gendarme ci fa segno di andare in un certo ufficietto e io penso "oh, finalmente".
Il gendarme in un inglese insospettabile ci chiede "Allora…quanti soldi state portando fuori eh?"
Io, ancora mezzo rincoglionito per la levataccia farfuglio "Venti euro" e infatti gli mostro due bei biglietti da 20Euro senza nemmeno accorgermi della discrepanza fra parola e azione.
Il guardiano doganale guarda gli euro avanzati di entrambi, poi ci fa:
"Vabbuo’" o almeno penso che abbia detto cosi’, ma il senso era quello, via fuori, andatevene dalle palle e tante grazie per la visita.
Non posso credere di averla scampata senza nemmeno aver mostrato la mia sagace fasciatura eppure e’ cosi’.
Una volta in europa, a casa dei miei, svolgo la preziosa medicazione e mi sento un po’ pirla.

sicurezza uzbeka

Quando dico che "vado in uzbekistan" la gente spalanca gli occhi e fa un  passo indietro. Capisco gli occhi, dire "uzbekistan" e  "marte" e’  praticamente la stessa cosa, ma perche’ il passo indietro?
Secondo me e’ una specie di distacco, di congedo da uno che magari non puzza, pero’ un po’ di morte sa.
Dev’essere la desinenza in "stan" che fa pensare al pakistan, ma soprattutto all’afghanistan a mettere a disagio la mamma che si nasconde in ognuno di noi.
Perfino il maestro dell’arte marziale, quando gli ho detto dove andavo, si e’ messo a ridere e alla fine ha detto "beh, nel caso sai cosa fare".
Nel caso di che?!

Ammetto di essermelo chiesto: ma e’ sicuro l’uzbekistan?
Ecco…cosa vuol dire sicurezza? Vuol dire sapere che le probabilita’ di morire ammazzati sono basse? O vuole dire che sei ragionevolmente "sicuro" che non verrai ferito o malmenato o arrotato da una macchina? O magari rapito. Che vuol dire sicurezza?
Se devo dare retta alla guida paranoica, alla lonely planet,  l’uzbekistan e’ piu’ sicuro del suditalia, ma meno della svizzera.
La cosa che mette dubbi e’ che Tashkent, la capitale, ha lo stesso tasso  di criminalita’ di Monaco di Baviera. Ci sara’ da fidarsi?
La stessa guida dice che in uzbekistan l’unico problema di sicurezza lo pone la polizia. Ai poliziotti uzbeki piace fermare lo straniero e "trattenerlo" fino a che questo sborsa una lauta bustarella.
C’e’ tutto un capitolo che spiega come comportarsi con i poliziotti, in  particolare la guida supplica il turista di non dare MAI il passaporto  originale ad un poliziotto, di fornire solo una copia. Sia Mahmud che
Evelina si sono piegati dal ridere quando ho raccontato sta cosa. Mahmud  in particolare mi ha detto sogghignando quando gli ho riferito il  consiglio "io darei l’originale, a che serve la copia?"
La cosa vera e’ che il presidente Karimov ha messo in riga la polizia un paio d’anni fa, perche’ gli rovinava il gia’ scarso turismo.

E’ facile dimenticarsi che una dittatura vuol dire anche una certa forma di ordine e l’uzbekistan e’ praticamente una dittatura.
Il promemoria e’ il cordone di poliziotti che ci accoglie  all’atterraggio e che ci guida verso il bus che ci porta al terminal. Qui altri poliziotti controllano il passaporto e delle poliziotte controllano il bagaglio, perche’ noi non si importi materiale vietato,  come radio ricetrasmittenti (!) o plastico.
Il nostro albergo e’ in una zona strana della citta’, non dico che
sembri una favela, ma certe case basse col tetto ondulato lo fanno pensare. Che disorienta e’ la presenza nello stesso quartiere della villa di uno straricco dotata di guardiola blindata con dentro un tizio che ci scruta quando passiamo. Ma dove cazzo siamo finiti?
L’albergo deve occuparsi della registrazione degli stranieri e se non lo  fai tramite l’albergo devi recarti personalmente all’ufficio OVIR entro  tre giorni. Almeno questo e’ quello che dice la guida.
Io ho chiesto in giro dove e cosa fosse questo OVIR e nessuno ne ha mai  sentito parlare. "E’ l’ufficio dove gli stranieri si devono registrare  quando arrivano" ho insistito. Niente, tutti dicono che la registrazione  e’ automatica tramite l’albergo. "E se uno vuole stare a casa di un amico?"
"mmm" fa Mahmud terrorizzato dalla possibilita’ che trasferissimo a casa  sua "mmm in tal caso sarebbe un bel problema".
"Scusa ma qui non si ospitano gli amici?"
"Si’ certo, ma non gli stranieri, non ne ho mai sentito parlare".
Forse e’ questo che si intende per sicurezza.

Di sera torniamo tardi, verso le 23.30 e ogni tanto incrociamo una donna che da sola attraversa la "favela". Disorientamento. Sara’ questo  l’effetto della dittatura.
La "Militia", la polizia, e’ dappertutto. Praticamente ad ogni incrocio c’e’ un poliziotto inquietantemente vestito di verde come le guardie padane. I poliziotti dei crocicchi hanno in mano una spada laser rossa con la quale indicano al macchinista di passaggio di accostare, poi scatta il controllo dei documenti. Fermano chiunque, alla cazzo e a quanto pare non necessariamente per chiedere la gabella. Controllano i  documenti, controllano la vetusta’ dell’impianto a gas, ti cazziano un  po’ e poi ti lasciano andare.
Tutti, praticamente tutti quelli che erano gia’ stati in uzbekistan ci hanno detto che saremmo stati fermati. Non
e’ mai successo. Al terzo giorno io mi sono pure scocciato per la mancanza di avventura e beppe ha  sfidato le autorita’. Non solo si e’ messo a fotografare gli edifici  pubblici (vietato) ma ha preso spudoratamente foto dell’ex palazzo del  KGB e ora sede dei servizi segreti uzbeki (vietatissimo).
Non e’ successo assolutamente niente. Niente omoni vestiti di nero con auricolare, niente guardie col cappellone, niente omini verdi, nemmeno un controllore del tram. Delusione.

L’unico incontro con la polizia uzbeka, a parte l’equivoco automobilistico gia’ raccontanto e’ stato al Registan a Samarkanda.
Stavamo attraversando il piazzale quando un poliziotto vestito di verde salta fuori da non so dove, ci fischia da lontano e col manganello ci intima di andare non si capisce dove. Ecco, ci siamo.
Ci avviciniamo al tutore dell’ordine e questo in un inglese decente ci dice che dobbiamo fare il biglietto per accedere al complesso del Registan. Tutto qua?!
Facciamo il biglietto e il poliziotto ci avvicina di nuovo. Mi pareva.
"You want to climb the minaret?"
"Mah, perche’ no?"
"Sono due dollari"
Capiamo l’antifona: non si potrebbe salire sul minareto, ma con due dollari…
"Grazie magari ripassiamo"
"Fra mezz’ora chiude"
"beh allora domani"
"Oggi e’ l’ultimo giorno, da domani non si puo’ piu’ salire"
"Pazienza" anche perche’ non e’ vero che chiude, infatti il giorno dopo era apertissimo e accessibile con lo stesso sitema dei due dollari
"sentite…" prosegue la guardia.
Ecco, adesso ci siamo veramente, ora si incazza e ci smanganella
"Sentire…dovete cambiare dollari?"
"No, abbiamo euro"
Fa un gesto infastidito "vabbe’ dovete cambiare euro?"
Siamo irrigiditi, che vuole questo? Beppe prende la parola.
"No grazie, abbiamo gia’ cambiato"
"Che cambio vi hanno fatto?" si informa il gendarme.
Beppe gli dice il cambio al mercato nero e a me si rizzano i peli sul collo. Il milite non sembra impressionato, fa due conti e poi dice "beh, e’ buono" e si rimette a sedere su uno sgabello.
Io pensavo ad una specie di trappola per ingabbiarci per cambio illegale ma devo aver visto troppi film di spie.

La lonley la buttava li’ in un angolo: gli uzbeki trovano attraenti le donne con le sopracciglia unite, per questo molte di loro se le uniscono a matita, nel caso non lo possano fare naturalmente.
Ecco, io non e’ che ci sia andato per le donne in uzbekistan eh, sia chiaro eh, ma trovarmi circondato da tanti elii-e-le-storie-tese con la sottana non era prospettiva allettante.
Questa delle donne, come tante altre informazioni, si e’ rivelata piu’ falsa delle dichiarazioni di un presidente del consiglio italiano.
Ovviamente al ritorno mi e’ stato chiesto "beh, come sono le donne uzbeke?" e io non ho potuto fare a meno di deludere il curioso:

"Confuse, esattamente come gli uomini".

Per pure questioni statistiche, sia chiaro, ho cominciato a scrutare le donne uzbeke fin dal viaggio aereo, dove
ho incollato gli occhi sulle due hostesse che sfrecciavano per il mio corridoio, entrambe bellissime  ed entrambe non all’altezza della loro bellezza in quanto a simpatia.
Se devo dare un giudizio superficiale e generale direi che in uzbekistan ho incontrato tutte donne con le palle, ma non nel senso che piacerebbe a Marrazzo.
Ci sono rimasto troppo poco tempo, ma ho avuto l’impressione che mentre gli uomini fossero un po’ gigioni le donne mandavano avanti la baracca.
Chi ci ha cambiato i soldi in nero (ahem) era una donna, e quando ha avuto bisogno di altri contanti ha commissionato il delicato incarico ad un’altra donna. Donne erano tutte le addette ai servizi tipo biglietteria o reception. Donne erano le guardiane dei musei o le capestazioni dei metro’. In dogana erano quasi tutte donne e io la maggior parte dei soldi in biglietti, dazi, gabelle, pedaggi, tangenti le ho date alle donne.
Anche chi gestiva la pensione a Bukhara era una donna, raccomandata dal Professorone e citata con rispetto, come colei che avrebbe provveduto a tutto. Da qui la sensazione che se c’e’ da organizzare qualcosa, in uzbekistan, lo devi affidare ad una donna, altrimenti  va tutto a ramengo.
L’unico posto in cui non ho visto donne era fra le forze di polizia e nell’esercito e secondo
me non e’ un caso, ma ho visto tante, tante donne nei campi di cotone.

La signorina pregevole, in treno, ad un certo punto mi chiede: "Ma in Italia c’e’ discriminazione nei confronti delle donne?".
Anche in questo caso l’ho stupita rispondendo:
"Sulla carta no, c’e’ la parita’, ma in realta’ c’e', parecchia. E qua?"
Ride. "Certo che c’e', qui se sei donna non puoi arrivare a certe posizioni, prendi di meno come salario, inoltre non e’ che puoi esattamente fare quello che vuoi".
La prendo in contropiede:
"Scusa ma mi sembra che tu abbia parecchia liberta’. Mi hai detto che hai un figlio, che stai studiando e che vorresti fare la filologa, mi sembra che tu abbia le idee chiare"
Stavolta arrossisce lievemente: "Ah ma che c’entra?! Per me e’ diverso!"
"In che senso?"
"Prima di tutto mia madre e’ russa, e’ una funzionaria"
"E quindi?"
"E quindi mi ha inculcato il concetto sovietico di parita’. Inoltre con mio marito ho messo subito le cose in chiaro: o siamo alla pari oppure ognuno per la sua strada".
"Mi sembra di capire che tu sia un’eccezione"
"Ah certo! Soprattutto fuori dalla capitale le donne non fanno mica quello che vogliono"
Le parlo della Baviera, di come qui siano stati in gambissima a lasciare le donne a casa:
danno dei grossi incentivi per la cura dei figli, per cui le donne preferiscono allevare i pargoli, poi si ritrovano a 40-50 anni a voler rientrare nel ciclo produttivo con scarso successo.
"Capisci? Dove abito io danno dei bei soldi per stare a casa a curare i figli"
Alla signorina pregevole luccicano gli occhi e io la sfruculio: "Tu lo faresti? Staresti a casa per curare tuo figlio rinunciando ai tuoi progetti?"
Esita, non ha mai considerato l’opzione, poi decide: "E’ una proposta allettante, ma non lo farei, alla fine so che odierei mio figlio".
Ecco, ho incontrato tutte donne cosi’, magari molto giovani, ma molto sensate. In genere ho trovato donne molto carismatiche.

Quando abbiamo detto che siamo stati all’osservatorio di Khitab quasi tutti si sono illuminati e hanno
detto "Ah ma allora avete conosciuto Dhiba". Ne hanno parlato tutti con un misto di ammirazione e rispetto.
Dhiba e’ un’astronoma, diciamo piu’ sulla cinquantina che sulla quarantina, che ci ha accolto
all’osservatorio e ci ha mostrato la struttura e descritto l’attivita’.
Dhiba si occupa di una materia che andava 20 anni fa, ora e’ obsoleta, ma lei continua imperterrita.
Ci ha parlato di quella fetta di astronomia uzbeka in un inglese impeccabile, ma avrebbe potuto farlo in russo, francese, uzbeko, tagiko e chissa’ che altra lingua.
Nonostante sembrasse meno uzbeka degli uzbeki indossava un tipico abito coi tipici colori sgargianti, si esprimeva con estrema precisione e noi siamo rimasti imbambolati ad ascoltarla.
Per stare vicino al suo lavoro, a suo marito e ai suoi figli aveva deciso di vivere in uno dei tanti buchi del mondo a fare una cosa del tutto marginale. Esprimeva un’aura quasi sacrale difficile da descrivere. Io non se esistessero o come fossero le sacerdotesse zoroastriane, ma se devo pensare ad una sacerdotessa zoroastriana penserei a Dhiba.


Si’ lo so, sento quasi urlare fin da qui: "Si’ ma come sono le donneeeeee?!? Sono gnoccheeeee?!?!"
Dopo tutto quello che ho scritto su questo paese dovrebbe essere chiaro che non c’e’ una risposta
chiara.
A tashkent ho visto passare per il parco sia donne intabarrate, quindi inclassificabili, sia delle tope paurose che alle tre del pomeriggio tacchettavano fasciate di un microvestito rosso fuoco.
Le donne della upper class le noti subito, sono quasi tutte russe, vagamente bionde e curatissime, generalmente bellissime.
Nelle campagne…le donne tendono ad avere tratti piu’ marcatamente etnici, con occhi molto a mandorla
o con visi decisamente turcoidi, ma non sono meno affascinanti.
Non tutte sono attraenti, ma molte di loro ti guardano con occhi nerissimi e tu non sai piu’ chi sei e
dove ti trovi.
Una sera ci siamo ritrovati invitati a cena e per tutta la sera abbiamo dovuto compiere sforzi immani per distogliere lo sguardo dalla padrona di casa, seppure avanti con gli anni e dalla figlia sedicenne, una ragazza che avrebbe potuto trovarsi a suo agio in un palazzo persiano o fra le pagine del romanzo di Jan Potocki.

C’e’ solo una cosa che le donne uzbeke e’ meglio se non facessero: sorridere.
Si sa, mantenere una dentatura sana non e’ facile nemmeno in occidente, ma il dente d’oro e’ una cosa che mi defluire l’ormone in pochi secondi.
Non e’ raro incontrare donne molto belle che appena iniziano a parlare ti invitano nella gioielleria del loro cavo orale. L’oro non solo si usa per molari e premolari, che gia’ dovrebbe essere vietato dalla decenza, ma si usa tranquillamente per sostituire canini e incisivi.
Quando siamo finiti a cercare mappe stellari in una casa museo sono arrivate due giovani donne in tailleur
ad aiutarci. Avranno avuto sui 20-25 anni e due visi da odalisca. Se solo fossero state zitte…
Appena hanno tentato di comunicare, la stanza si e’ riempita di un brillio aurifero generato da almeno
venti denti d’oro per bocca. L’effetto zingara ha subito generato l’effetto bromuro.

Una sera mi sono ritrovato a guardare imbambolato la cameriera che ci ha servito dei dimenticabili spiedini. Non avra’ avuto piu’ di tredici anni e indossava un vestito color mattone che sembrava la versione rimpicciolita di un vestito-gonna da donna adulta.
Ha servito noi e altri due tavoli parlandoci in inglese, sfrecciando via, tornando coi piatti, tutto con uno sguardo determinato di quella che sa cosa vuole e puo’ volere. Sono rimasto male.
Quella ragazzetta, donnina, come la devo chiamare? Quella persona anagraficamente giovane faceva a pugni con l’immagine di certe mie conoscenze ventenni che ancora bambagiano nella preadolescenza, struggendosi per un messaggio scemo su facebook e prendendo tranquillanti perche’ il loro futuro sembra pieno di insidie.

Evelina l’ho gia’ fatta conoscere, quindi parlero’ di Sara.
Sara non e’ uzbeka, ma e’ una delle tante donne con le palle che ho incontrato in asia centrale.
L’ho incrociata sul minareto piu’ alto dell’Uzbekistan, nella citta’-museo di Khiva.
La sera l’abbiamo ritrovata in un ristorante, da sola, e Beppe, da vero gentleman, l’ha invitata al nostro tavolo. Gli sono grato, perche’ una favolina cosi’ e’ impagabile.
Sara’ e’ bavarese, ha fatto il nostro stesso tragitto, tashkent-samarkand-bukhara-khiva, ma da sola, pernottando
in ostelli perche’ non naviga nell’oro. Ci siamo sentiti due scemi, ma solo perche’ ci mancava il pezzo iniziale della storia, altrimenti ci saremmo sentiti dei perfetti scemi.
Sara sta finendo la tesi in geografia e come lavoro di tesi ha dovuto raccogliere campioni di flora, fauna e pietrame vario sulle montagne del…Kyrgizistan.
"Come Kyrgizistan? Ma vieni dal Kyrgizistan?"
"Si’ sono qui in uzbekistan in vacanza, torno li’ adesso, ma per poco, poi torno a casa"
"E quanto ci sei stata?"
"Un mese"
"Col team dell’universita’?"
"Si’ certo"
"Aah…"
"Peccato che IO sia il team dell’universita’"
La storia e’ che il suo professore l’ha paracadutata in Kyrgizistan senza seguirla e l’altro dottorando che avrebbe dovuto affiancarla non s’e’ mai visto. Sara ha girato le montagne del Kyrgizistan con il solo supporto di una guida che non parlava nessuna lingua conosciuta. "Solo russo"
"E tu il russo…"
"Manco una parola"
"E come facevi?!"
"Boh, a gesti, come capitava, alla fine ci si intendeva".
Sara e’ stata ospite di pastori kyrgisi, e’ stata accolta da famiglie uzbeke, ha evitato l’arresto della polizia kyrgisa e con levita’ ci raccontava ste cose di fronte ad una minestra corposa uzbeka, come fosse un’avventura capitata ad un altro. In quel momento ha fatto male il ricordo di una certa persona che si e’ fatta venire un esaurimento nervoso perche’ ha dovuto lasciare il nido padovano per fare uno stage a monaco…

Da tutto cio’ si sara’ capito che ho un ottimo ricordo del popolo uzbeko, e’ un vero peccato vedere che ha fretta di ficcarsi nella nostra stessa corrotta situazione.

Popolo Uzbeko (II puntata)

Passeggiamo per il parco di piazza indipendenza, a Tashkent, dove degli omini  riversano sulle aiuole decalitri e decalitri di acqua usando un camion dei pompieri. Gli costera’ un monte mantenere questa zona verde, un milanese ci avrebbe fatto un bel parcheggio a pagamento e avrebbe risolto il problema, oltre che a tirare su dei dindi.
Mahmud ci spiega del perche’ e del percome del monumento ai caduti "di tutte le guerre", ma io voglio sapere altro. Voglio scalfire quella corazza che si porta addosso da quando ci ha presi a balia. Forse e’ solo timido forse no.
Passiamo davanti al monumento ad un famoso scrittore russo, trisnonno della tizia che ci ha portati in giro al mattino, la figlia del professorone. Faccio qualche domanda sullo scrittore e finalmente trovo una crepa nel muro di Mahmud. Sono domande innocentissime su scrittori uzbeki e finalmente il nostro anfitrione sbotta: "Io sono di cultura sovietica diamine! Questa non e’ piu’ casa mia!"

Mahmud non beve quindi e’ stato piu’ difficile farlo parlare, ma la sua storia e’ impagabile quasi come quella di Evelina.
Il nostro Virgilio uzbeko e’ nato in unione sovietica, nella valle di Fergana, la piu’  musulmana dell’uzbekistan, ma sempre in URSS. Ha frequentato scuole sovietiche, e’ bilingue, uzbeko-russo, ha iniziato a lavorare che c’era ancora l’URSS e ora non c’e’ piu’ nulla.
Come si ti avessero raso al suolo la casa e ti dicessero che il cantiere che e’ sorto al suo posto e’ casa tua.
"Come fa ad essere casa mia? Io sono nato in un altro posto, prendi
questa storia del dover contrattare per tutto, per ogni cosa. Cazzo! Fino a quando avevo quasi trent’anni le cose costavano quello che costavano, 1 rublo qui, dieci la’, 40 laggiu’, non dovevi mica fare questo teatro che dobbiamo fare adesso per ogni-singola-cosa!"
Annuisco, zittino, capisco quello che vuole dire. Anche a me non piace
trattare sapendo che alla fine pagherai esattamente il 22% in meno (massimo) di quello che ti viene chiesto, ma fa parte del folclore, pero’…ha ragione, se dovessi farlo tutti i giorni uscirei pazzo.
Ora capisco perche’ Mahmud preferisce prendere i mezzi pubblici anche se sa che paghiamo noi. Non e’ questione di soldi e’ che tocca a lui contrattare.
Insisto con le domande innocenti e con imbarazzo scopro che la storia e’ anche piu’ complessa.
Dopo l’indipendenza Mahmud ha deciso che le condizioni di educazione e sanita’ non erano favorevoli, quindi ha spedito moglie e figli a Mosca, per farli vivere e studiare.
"E tu quando li vedi?" azzardo.
"Tre volte l’anno"
"Scusa?!?"
"Eh si’, il piu’ grande ha 21 anni, ma il piu’ piccolo ne ha 5, e’
pesante"
"ma…ma…orpo…e loro non vengono?"
"Eh, e’ un po’ complicato…sai ormai hanno passaporto russo, non sono
piu’ uzbeki, ad entrare non hanno problemi ma a rimanere a lungo…problemi ce ne sono"
"e’ difficile"
"molto"
Cambio argomento perche’ capisco che in realta’ e’ molto piu’ difficile di quanto sembri.
Mahmud ha sacrificato la vita per un progetto, ma da "crema della societa’" come erano considerati gli scienziati prima dell’indipendenza e’ diventato l’ultima ruota del carro, sorpassato nella scala sociale da businessman e faccendieri. Un collega di Mahmud ce l’ha detto chiaro in pausa pranzo: "noi scienziati stavamo meglio, molto meglio prima. Non biasimo quelli che se ne sono andati all’estero, qui contiamo meno che niente".



Osservo la famiglia di russi seduta di fronte a noi, in treno. Sono tutti biondissimi mentre la signorina pregevole a fianco a me che fa da interprete puo’ sembrare anatolica. Parla un ottimo inglese, studia lingue. Qui hanno tutti la passione per le lingue e a quanto pare di capire solo i russi rimangono attaccati alla loro lingua e non ne imparano altre.
La "signorina pregevole" mi chiede se in italia ci sono conflitti etnici.
Rido, dico che nonostante i media italiani vogliano far credere il contrario in italia non ci sono conflitti etnici.
"Ma ci sono etnie?" insiste.
Io non l’ho mai vista in questi termini pero’ ora che ci penso…
"Si’ ci sono, per esempio c’e’ una regione di lingua tedesca, anzi negli anni ’70 c’era pure del terrorismo, facevano saltare i pali dell’alta tensione perche’ volevano staccarsi dall’italia e tornare con l’austria".
La signorina pregevole si mostra molto stupita. Tocca a me chiedere:
"E qua? Ci sono conflitti?"
Stavolta e’ lei a ridere: "Certo che ci sono, questa e’ la zona tagika e i tagiki non vanno d’accordo con gli uzbeki"
"Ma che conflitti sono? non percepisco nessuna tensione, nessuna violenza"
"Gia’…pero’ ci sono…"
Credo che sia la solita vecchia storia: finche’ c’e’ una forma di dittatura, di ordine, i conflitti rimangono sotterranei.
La cosa e’ strana in effetti. Uzbekistan vuol dire "posto degli uzbeki",
ma la gente di etnia uzbeka e’ relegata in alto a destra, nella valle di fergana, tutte le altre zone sono popolate da etnia tagika, turkmena, turca o kazaka. L’assurda divisione in stati, tipica del ’900 ha creato questo strano posto.



Abdurazzak ha chiesto a Beppe di tenere una lezione di astronomia nel liceo in cui lavora. Beppe e’ imbarazzato, ma non ha potuto rifiutare.
Entriamo in una scuola di recente costruzione, e’ un "liceo giuridico" qualsiasi cosa voglia dire. All’ingresso c’e’ una statua della giustizia e ci chiediamo a cosa possa fregare a degli aspiranti avvocati di stelle e galassie.
Abdurazzak ci ha assicurato che due professoresse di inglese ci avrebbero fatto da interpreti. Io mi sono ricordato delle mie prof di inglese e ho pensato malignamente "siamo a posto…".
Entriamo in classe e al nostro ingresso scattano tutti in piedi e con mano sul cuore scandiscono "As-salom A-le-hi-kum". Commovente.
Sono tutti vestiti con la divisa della scuola, completo blu, camicia bianca e cravatta per gli uomini e gonna blu sotto camicetta bianca per le donne.
Io sono vestito da turista ricco, mezzo sbrindellato e mi vergogno assai. Li guardo incuriosito, avranno sui 17-18 anni. Loro di rimando mi guardano come se fossi una scimmia pelosa.
Beppe inizia la lezione e come sospettavo (a pensar male…) le prof di inglese perdono colpi, non stanno dietro ai vocaboli anche semplici, si perdono nelle espressioni idiomatiche. Ad un certo punto smettono persino di tradurre. E’ un momento molto imbarazzante.
Senza essere interpellata una studentessa scatta in piedi e si mette lei a fare da interprete. Parla discretamente bene, con un vago accento americano. Le prof sembrano piu’ sollevate che imbarazzate, io invece sarei sprofondato.
Mentre Beppe spiega ai virgulti cosa e’ una galassia e dove si trova il nostro pianeta io non ho niente da fare e osservo gli studenti uno per uno. Cosi’ radunati rendono evidente quello che avevo notato per strada: questo popolo e’ un grande mischiaticcio.
La Via della Seta e’ stata per secoli, fra le altre cose, un immenso fiume genetico, un canale dove ognuno che passava ha contribuito coi propri cromosomi. Orde mongole, turchi, arabi, cinesi, coreani, veneziani e infine i russi.
Nella classe di russi non ne vedo, credo che abbiano ancora le loro scuole, ma c’e’ qualche studente coi capelli biondi. Somaticamente si va dal caucasico fino al cinese e in mezzo tutta la scala cromatica del DNA.
Mi soffermo ad osservare una ragazza con gli occhi a mandorla di un intenso colore verde, la pelle olivastra e i capelli biondi. Bellissima e stranissima.
Scruto uno studente che somiglia vagamente a Keanu Reeves, mentre il suo compagno di banco sembra un samoano.
Una ragazza tiene appesa al banco una borsa brillantinata con scritto "Gucci", unico strappo, spero contraffatto, all’austerita’ della divisa.
Fanno domande questi ragazzi, nonostante manchino loro le basi, sono curiosi e c’e’ un attimo di tensione quando Keanu Reeves fa una domanda a Beppe in uzbeko e nessuno e’ in grado di tradurre.
Un professore dice qualcosa a Keanu e questo ribatte, ogni volta alzandosi in piedi, sembra quasi che la voce non funzioni se stanno seduti al banco. Dal tono capisco che il prof ha chiesto a keanu di tenersi la curiosita’, ma lo studente si incazza, si rivolge a Beppe: "you answer, no worry, I understand, you answer".
Anche Beppe si irrita: "Si’ ma a cosa rispondo?! Non parlo uzbeko, non ho capito la domanda!"
Keanu punta l’indice verso il Prof. e quasi urla. Alla fine salta fuori la domanda in inglese, fra tutti hanno ricomposto il puzzle linguistico e si vede che Keanu vuole sapere qualcosa di piu’ dei buchi neri.
Beppe risponde, Keanu e’ soddisfatto e per questa volta non spacca nessuno a colpi di ju-jitsu.



Abbas divora il suo spiedino tagiko in silenzio.
"Quante lingue parli Abbas?" gli chiede beppe
"Fammi pensare…uzbeko, russo, tagiko, vabbe’ poco inglese…ah gia’ ovvio turco, io sono turco"
"Come sei turco?"
"Si’ sono turco"
"Dalla turchia?! Sei immigrato?"
"Ahahahha! ma no, sono uzbeko di etnia turca"
Niente, ci caschiamo sempre.



Qui tutti quelli che hanno a che fare con i turisti spiccicano la loro lingua.
In un albergo gli unici contatti li avevamo tramite Halom, un ragazzino di 11 anni che parlava inglese come una lippa. Il suo sogno e’ studiare lingue ad Oxford.
Generalmente l’eta’ media uzbeka e’ bassa, ci sono molti giovani in giro e noi sembriamo due decrepiti.
A bukhara quasi tutti i venditori parlano inglese, poi qualcuno francese o tedesco e parecchi anche italiano e pure bene.
Due ragazzetti che avranno avuto dai sei ai nove anni hanno cercato maldestramente di venderci delle cartoline, ma non essendo pratici si sono incazzati con noi che eravamo disposti a comprare qualcosa, ovvio, ma sicuramente NON 14 cartoline per 10 Euro.
Il piu’ minuscolo di loro ci ha urlato contro, prima a beppe e poi a me:
"Tu bugiardo e tu signora".
Praticamente ha dato del mentitore a beppe e del frocio a me in una botta sola. Alla faccia della proprieta’ di linguaggio.

Popolo Uzbeko (I puntata)

Fare un post su "la gnocca uzbeka" mi sembrava troppo limitante e poi, ora che e’ morto Levi-Strauss, bisogna un po’ dividersi il lavoro. Quindi oggi parlo del popolo uzbeko in genere.
Prima di partire non riuscivo a farmi un’immagine mentale di come fosse fatto un uzbeko e anche chiedendo a quelli che erano gia’ stati nel paese asiatico la situazione non migliorava. Chi mi diceva sicuro "sono russi", chi con altrettanto sicurezza mi rispondeva "sono arabi" altri invece li definivano "turchi" o al limite "di origine mongola".
Ora posso dire che avevano tutti ragione.
La mia indagine antropologica e’ cominciata sull’aereo e li’ ho capito che anche sul versante etnico non sarebbe stata una cosa facile, perche’ nemmeno gli uzbeki sanno bene chi sono.
Per riassumere posso dire che il popolo uzbeko e’ parecchio confuso.

Sul volo nei posti dietro al mio c’era una famigliola uzbeka, con un bambino molto biondo che parlava solo russo. La famigliola interagiva solo con Evelina e la ragazza parlava con loro in russo perche’ in effetti non conosceva una parola di uzbeko. Come caspita e’ possibile?
Arrivati all’aeroporto il mio passaporto viene scrutato da un gendarme dai tratti medioorientali, mentre al ritiro bagagli vedo donne con occhi a mandorla e capelli tinti di biondo, ragazzi biondi con gli occhi azzurri e giovanotti con facce e catenazze al collo decisamente anatoliche. Si’ non sara’ facile capire sta gente.

Seduti, anzi accovacciati, al tavolo di uno dei migliori ristoranti di Tashkent, Evelina ci ha raccontato la sua storia in perfetto italiano.
"Evelina, ma insomma sei uzbeka o russa?" le ho chiesto senza preamboli.
"Sono uzbeka, di nazionalita’ russa" mi ha risposto candida
"Si’ ma che vuol dire?"
"Vuol dire che sono nata a Tashkent, ho un passaporto rilasciato dalla Repubblica dell’Uzbekistan nel quale alla voce ‘Nazionalita’ c’e’ scritto ‘Russa’".
Per noi europei la cosa non ha senso, o meglio non ce l’ha perche’ non e’ scritta nero su bianco. Sarebbe come se nel passaporto italiano ci fosse la dicitura ‘Nazionalita’ e fosse riempita con "altoatesino" o "valdostano" o "siciliano". Farebbe felice la lega lo so, ma non avrebbe comunque senso.
Evelina quindi e’ nata a Tashkent  prima dell’indipendenza. Suo padre era finito in Uzbekistan perche’ "…sai una volta il partito ti diceva ‘vai li’ e tu ci dovevi andare. Ecco a mio padre han detto ‘vai in uzbekistan’".
Dopo l’indipendenza i russi hanno lasciato il paese, sia perche’ la situazione economica si era degradata sia perche’ i nuovi governanti uzbeki hanno fatto capire che era meglio se i russi se ne tornavano in russia o comunque fuori dall’Uzbekistan. Il risultato e’ stato che tutta la classe dirigente e intellettuale, di cultura sovietica e’ sparita, lasciando un bel buco.
Evelina, a causa di questo buco ha continuato gli studi a Mosca e subito  dopo ha girato il mondo, finendo per lavoro a Torino.
"Come mai sei qua a Tashkent adesso?" mi sono impicciato.
"Solo per trovare mia mamma e il suo compagno italiano. Non fosse per loro non sarei venuta"
"Ah, niente amici?"
"Amici?! Se ne sono andati tutti, qui non conosco nessuno e si parla sempre meno russo".
"Scusa ma, spiegami, cosa vuol dire essere uzbeka di nazionalita’ russa in pratica?"
"Ahah! In pratica? In pratica significa che quando entro in russia alzano il sopracciglio e dicono ‘uzbeka eh?’ e quando arrivo a Tashkent alzano il sopracciglio e dicono ‘russa eh?’. In pratica vuol dire che io non sono mai a casa mia ovunque io vada".
Pazzesco, ma l’emigrazione mi permette di intuire la situazione.

Favolina nella favolina e non si dica che sono un antiitaliano.
Chiedo ad Evelina come sia finita in Italia, se si trova bene.
La giovane russa e’ un avvocato e dopo l’universita’ ha fatto uno stage a Torino e qui e’ rimasta. Ha trovato lavoro presso uno studio legale che si occupa di relazioni commerciali coi paesi dell’est ed ha curato gli interessi della General Motors Italiana, facendo in modo che la GM mettesse piede in Uzbekistan. Mica cazzi.
"Ti piace torino?"
"Molto"
"Stupefacente. Quando ritorni?"
Ride di gusto
"Cosa ho detto?"
"Ahaha! Questa ti piacera’. Non posso tornare in Italia"
"No?"
"No. Mi e’ scaduto il permesso di soggiorno e quest anno non rientro nelle quote quindi niente."
"Ma e’ una storia vera?!?"
"Verissima, i miei capi sono disperati. Io ho telefonato al ministero e mi hanno detto che non si puo’ fare niente, anzi no, mi hanno detto che qualcosa si potrebbe fare…"
"Non so se voglio saperlo…"
"Il tizio che mi ha risposto mi ha consigliato di figurare come badante e chiedere la sanatoria, sai quella per il reato di…"
"So, non dire altro. E tu?!"
"Io gli ho risposto che sono un avvocato, mica una badante e che non testimonio il falso."
"E il tizio?!"
"ahaha! Questa e’ anche piu’ divertente. Il tizio era molto piccato dalla mia risposta e mi ha detto ‘signorina, pero’ lo ammetta, lei sara’ entrata illegalmente, quindi puo’ usare questo fatto come scappatoia per la sanatoria’. Io qui mi sono un po’ arrabbiata e gli ho detto che io sono entrata in modo assolutamente legale e che non ho intenzione di usare nessuna sanatoria. Morale: niente permesso di soggiorno, niente soggiorno, niente lavoro"
"Ma..ma…e quindi?"
"Quindi faro’ un master a londra per tre mesi, da li’ provero’ a fare del telelavoro e continuare a lavorare per lo studio legale di torino, ma non e’ facile. I miei capi non sono contenti della cosa, ma non ci si puo’ fare niente."
Io e Beppe siamo allibiti e avviliti. Praticamente l’Italia ha cacciato una professionista che ha messo in piedi una cosa grossa unicamente perche’ non ha i presupposti per essere trattata come una schiava.
Il fatto che le abbiano chiesto di mentire, dal ministero, non mi stupisce piu’ di tanto, mi dice solo che l’Italia si sta allontanando.

Vado in bagno, quando torno Evelina e’ pensierosa e ha un mezzo sorriso sulle labbra, ripete "puo’ essere una soluzione, si’"
Guardo Beppe. Cazzo mica le avra’ proposto di sposarla?!
Invece le ha proposto di farsi adottare dal compagno di sua madre, pare che la legge italiana sulle adozioni valga anche per le coppie di fatto e per le figlie cresciutelle. Almeno e’ un sotterfugio legale.
Continuo a mangiare gli involtini di pasta ripieni di carne di cavallo, ma non sono piu’ tanto di buonumore.
Cambio argomento, punto il dito verso un tavolo e chiedo ad Evelina
"Ma secondo te di dove sono quelli?"
Ci sono tre coppie sedute ad un tavolo. Le donne sono vestite in modo appariscente, hanno tutte gli occhi vagamente a mandorla. Gli uomini ricordano vagamente Breznev, senza i sopracciglioni.
Evelina li osserva un attimo e poi sentenzia "Kazaki. Quando vedi occhi a mandorla e’ probabile che siano kazaki"
"Urpu, dal kazakistan? Turismo kazako?"
"ahaha manno’ che dici? Sono uzbeki di etnia kazaka"
Mi gira la testa, forse per la birra uzbeka e mi dimentico di chiedere se hanno scritto pure loro "kazaka" sul campo "nazionalita’" del passaporto, ma direi che l’informazione avrebbe reso le cose ancora piu’ difficili.

Direi che per oggi basta. Non si tema, parlero’ anche della gnocca nelle prossime puntate.

Cibo uzbeko

Vengo incontro all’ondata di richieste (due e-mail) e anticipo il post sul cibo uzbeko, facendolo precedere a quello sulla polizia uzbeka e sulle donne uzbeke, segno che agli italiani della sicurezza e della topa non gliene frega nulla, preferiscono la crapula.
Tutte le guide ti dicono che se vuoi viaggiare per l’asia centrale ti devi adattare alla monotonia del cibo e anche alla scarsa qualita’.
Io mi sento vaccinato e dopo piu’ un decennio di pranzi alla mensa del max planck penso che potrei mangiare dello yak putrefatto aggiungendo solo un po’ di tabasco.
Gia’ sull’aereo delle linee uzbeke ti viene fatto capire cosa ti aspetta. La opzioni sono le solite: pollo o pesce? Siccome la zona costiera uzbeka e’ molto limitata si opta sul pollo e si scopre che pure quella scelta non e’ felice: il pollo non c’e’ e al suo posto ci sono dei cubetti biancastri che sembrano tofu, ma che in effetti qualche mese prima avrebbero potuto far parte del corpo di qualche volatile.
Si comincia bene.

L’Asia Centrale non e’ posto per vegetariani, anzi di piu’, spiegare il concetto di "vegetariano" ad un asiatico centrale e’ impresa difficile e si rischia di passare per stravaganti, altro che calzini turchesi.
Io, essendo carnivoro, non mi sono posto problemi, ma confesso che in una occasione sono stato costretto a chiedere del riso (ahem…) senza carne e ho ricevuto sguardi interdetti e alla fine ho avuto dei vegetali non identificabili mischiati a strisce di manzo. L’episodio mi ha ricordato una scena di uno dei miei film preferiti  e quindi non mi sono nemmeno arrabbiato.

Arriviamo a Tashenkt verso le 21.00 e con nostra immensa sorpresa scopriamo che e’ un orario folle per cenare, qui la gente all 19.00 ha gia’ le gambe sotto al tavolo.
Mahmud, dopo averci aiutato con le formalita’ alberghiere, ci accompagna sulla via principale vicino all’hotel, una via dove ci sono negozietti tipo le latterie di una volta e una fila di ristoranti, chiamiamoli cosi’, famigliari. Il "ristorante" e’ un monolocale che di fronte ha dei tavoli e delle specie di fioriere di metallo dove ardono dei carboni.
Mahmud ci informa che le fioriere sono per lo Shashlik, il famoso spiedino, che viene appoggiato perpendicolarmente alla fioriera e lasciato arrostire sui carboni.
La nostra guida parla fitto in russo con la tenutaria, ci traduce il menu’, zuppa e spiedini, ordina per noi e poi si dilegua. Noi siamo un po’ perplessi, pensavamo che Mahmud cenasse con noi e invece no, alla fine ci ritroviamo a sorbire una sostanziosa zuppa di carne e verdure e  divorare dei meravigliosi spiedini di manzo e agnello, dove ogni pezzetto di carne viene alternato a un pezzetto di grasso. Il tutto e’ accompagnato da una birra uzbeka, la Sarbast, sorprendentemente buona, anzi la versione "Extra" di 5,6% e’ persino ottima e sara’ la nostra bevanda ufficiale per il resto del soggiorno.
Io evito l’insalata come la peste, sono ancora in fase paranoica e anzi per il primo giorno avrei volentieri optato per la dieta del viaggiatore, uova sode e banane, per evitare subito problemi gastrici.
Per fortuna che non ho fatto sciocchezze e ho provato gli spiedini, cotti e speziati al punto giusto.
Io sono sazio, ma Beppe vorrebbe del dessert. Come si dice dessert in russo? Le abbiamo provate tutte, dessert, cake, torta, ice-cream, sweet, ma niente, la cameriera non capisce cosa vogliamo.
Beppe allora batte in ritirata: "vabbe’ pero’ io un caffe’ lo voglio"
"non ti aspetterai mica un espresso?!"
"no, mi basta un caffe’ come gli viene"
Stesso problema che col dessert: coffee, caffe’, kafe’, kafia, niente.
La tizia sgrana gli occhi e poi ci dice: "kafie?" e beppe "Da!"
"kafie?! ciornie, ciornie" insiste la cameriera e indica la bottiglia di birra che abbiamo davanti.
"Cazzo, beppe non ho il dizionarietto, che vuol dire ciornie?"
"Boh, come il film"
"Si’ oci ciornie, ma che voleva dire? Occhi azzurri?"
"E che vuol dire caffe’ azzurro?! e perche’ indica la bottiglia? Sara’ caffe’ in bottiglia?"
"Dai digli di si’ comunque"
La cameriera riceve la conferma che si vuole una tazza di caffe’ e
porta a beppe una tazzona della solita broda che si trova fuori dall’italia, seguita da occhiate molto sospettose.
Ovviamente "ciornie" vuol dire "nero" (oci ciornie=occhi neri, mica azzurri) e gia’ la prima sera veniamo in contatto con almeno due curiose usanze uzbeke. La prima e’ che qui i dolci non si usano, soprattutto a fine pasto. Io non ho problemi, ma beppe dopo qualche giorno sara’ in crisi di astinenza da glucosio e l’unica possibilita’ sara’ quella di rifugiarsi nell’unica pasticceria presunta italiana di Tashkent.
La seconda bizzarria che ha scatenato l’incredulita’ della cameriera che voleva sincerarsi che volessimo veramente il caffe’, quella bevanda ciornie, e’ che in uzbekistan il caffe’ non si beve, mai. Qualche eccentrico lo beve al mattino, ma sicuramente non di sera, no, mai, in nessun caso.
Il caffe’ poi…il caffe’ e’ sempre e solo nescafe’, non esiste altro, non ho mai visto vendere caffe’ che non fosse l’orrida polvere sintetica.
L’uzbeko invece, sia al mattino che a fine pasto beve te’, verde per essere precisi. Hanno una vera e propria passione per il te’ verde e io mi sono subito adeguato, dopo che il nescafe’ che ingurgitavo controvoglia per svegliarmi al mattino mi ha irritato il tubo digerente con conseguenze di cui evito volentieri di parlare.
Chiediamo il conto: in due e con lauta mancia abbiamo speso meno di sette euro.

Sull’aereo il Beppe invita Evelina a cena in cambio di informazioni e dritte. Evelina, due giorni dopo, prenota in uno dei migliori ristoranti di Tashkent e anche uno dove si possono trovare cose vegetariane.
La ragazza vive da anni in Italia e si e’ adattata alla dieta mediterranea.
Al ristorante ci portano un giro di antipasti da favola: quadrati di formaggio impanati e fritti, involtini di pasta sfoglia croccante, nella versione alle verdure e alla carne (evelina fa sparire quelle alla verdura), un mattoncino di spinaci e formaggio fresco, dei sigari di una pasta che sembra cotta al vapore ripieni di una tagliata di cavallo.
Il piatto principale e’ un misto di carne e verdure che mi lascia tramortito anche per la quantita’.
Beppe riesce ad ottenere un caffe’ e il conto e’ una mazzata: 50 Euro in tre, nulla a Monaco, uno sproposito in uzbekistan.
A fianco del nostro ristorante c’e’ un sushi bar ed evelina ha un brivido di ribrezzo.
L’uzbekistan e’ un "paese doppiamente bloccato", vuol dire che non ha accesso al mare e che anzi e’ circondato da paesi che a loro volta non hanno accesso al mare. Il pesce, gli uzbeki, lo vedono solo in foto o al limite vedono pesci di fiume o i pescioni giganti di qualche lago circostante.
Pensare di andare a mangiare sushi in uzbekistan mi sembra una follia: da dove arrivera’ il pesce? E in quali condizioni?!

Mahmud in pausa pranzo ci porta a mangiare il piatto nazionale, il Plov.
All’occhio stolto e disfattista il Plov (in italiano Pilaf) puo’ sembrare del riso bollito mischiato a carne, verdure e spezie.
Nulla di piu’ lontano dalla realta’. Il Plov e’ una delizia, che nella versione che ci e’ stata presentata e’ accompagnata con fette di salsiccia di cavallo.
Il Plov ci viene servito in un unico piatto e ognuno si scucchiaia la propria parte. Il sapore e’ ottimo e, ovviamente, indescrivibile.
Sembra anche una cosa semplice da fare, in realta’ la preparazione e’ complessa, una vera arte.
Una sera, fuori da una moschea, chiedo ad un vecchio cosa stessero facendo  le persone indaffarate attorno ad un tappeto dove venivano appoggiate tazze e il tipico pane tondo. Questo, dopo essersi accertato che ero italiano e quindi, per qualche misteriosa ragione, un amico, mi dice o meglio mi comunica che si stanno approntando per la fine della giornata di digiuno, infatti siamo in pieno mese di Ramadan.
Sghignazzando mi porta sul retro della moschea dove un altro vecchio con barba islamica e tipico cappello uzbeko si da’ da fare attorno ad un calderone fumante. Qui mi viene rivelato il segreto del Plov.
Occorre un calderone di ferro, capiente, perche’ il Plov va preparato per minimo quattro persone, ma dovrebbero essere anche di piu’.
Sul fondo del calderone si versa dell’olio di semi e qualche cucchiaiata di grasso di coda di pecora, il piu’ pregiato. Si scalda e si friggono le verdure. Tra le verdure si usa la carota, ma quella vera, non quella che abbiamo noi. Scopro quindi che la "vera" carota o e’ giallo-biancastra tipo rapa oppure viola, tipo barbabietola. Quella arancione a cui siamo abituati noi e’ un incrocio artificiale fra le due.
Ecco, per il plov si usa la carota bianca e devo dire che ci sta proprio bene. Alle verdure fritte si aggiunge poi la carne che puo’ essere manzo, vitello, montone o agnello. A questo punto il tutto viene coperto con una tela di cotone molto sottile, quasi una garza e sopra viene versato il riso. Praticamente il riso cuoce grazie ai vapori della mistura sottostante e solo quasi alla fine della cottura vengono aggiunte le spezie che possono essere varie: curcuma, cardamomo, coriandolo, kumino, pinoli, uvetta.
Il Plov del giovedi’ e’ il migliore, dicono. Il giovedi’ in famiglia e’ l’uomo che prepara il plov e lo fa usando i pezzi di carne migliori.
La leggenda dice che il liquidino avanzato del plov, quella mistura di olio, grasso pecoroso, succo di verdura e di spezie, sia una specia di Viagra naturale e sempre la leggenda dice che la maggior parte dei bambini uzbeki sia concepita’ di giovedi’.
L’ultimo giorno di permanenza in uzbekistan, a Tashkent avevo espresso il desiderio di mangiare Plov per l’ultima volta, per celebrare degnamente l’ultima cena. Mahmud ha fatto diventare matto il tassista che ci ha scarrozzati per tutta la citta’ senza che si trovasse un ristorante che servisse Plov. Mi sembrava uno scherzo e per scherzo ho detto "Mahmud, ma come e’ possibile che in uzbekistan non si trovi plov?! non e’ il piatto nazionale?! Come dire che non si trovano gli spaghetti in italia".
Mahmud imbarazzato: "Si trova, si trova, ma sapete…il Plov e’ un piatto che si mangia a pranzo, mangiarlo a cena e’ una cosa bizzarra…"
Ma porc…niente plov alla fine.

Le colazioni in alberghi e bed&breakfast sono abbondanti e includono sempre l’uovo fritto. Quando dici che non vuoi l’uovo ti guardano per vedere se sei veramente un occidentale. C’e’ sempre anche la frutta che io evito perche’ non sono un fruttarolo e perche’ ho sempre paura della sciolta.
I pranzi invece sono un po’ un problema, visto che non ci sono baracchini di kebab o paninerie o roba veloce. Una cosa che si puo’ fare e’ prendere il Kurt, una sfera bianco-giallastra dalle dimensioni variabili, da quelle di una biglia a quelle di una palla da tennis, che e’ praticamente latte rappreso e salato, lavorato con le mani e fatto diventare solido. Ha la consistenza del grana, molto saporito e ottimo accompagnato alla Sarbast. Da evitare per quelli che hanno fisime sull’igiene.
Per il pranzo un compromesso e’ sedersi ai tavoli di una Chaikhana, una teeria e ordinare la cosa piu’ semplice che solitamente e’ una zuppa. Io chiedo sempre zuppa di verdura e mi arriva un brodo scuro in cui galleggiano una patata, una carota gialla e un pezzettone di carne di manzo. erbe ed erbivori, appunto.
Alla fine mi arrendo e assieme alla zuppa ordino un’insalata mista, vada come vada. Ne vale la pena perche’ i pomodori hanno il colore e il sapore giusto: sono rossi e sanno di pomodoro. Avrei voglia di alzarmi e di ficcare nel piatto della mia insalata la faccia di un gruppo di olandesi perche’ si ricordino come e’ fatto un pomodoro.
Le teerie sono una grande invenzione perche’ tutte hanno il kat.
Praticamente e’ un soppalco di legno che poggia su quattro zampe, con una ringhiera e ricoperto di tappeti. In mezzo si poggia un tavolinetto basso. La gente si toglie le scarpe si siede attorno al tavolinetto a gambe incrociate oppure si spaparanza appoggiandosi ad un cuscino tondo.
Cosi’ mangia, beve il te’ (chai) e passa le ore, come facevano i romani.

Una sera siamo invitati a cena a casa del professorone. Avrebbe cucinato la moglie, avverte il luminare.
La signora professorona, oltre ad essere una gran bella signora e’ anche un’ottima cuoca. Dopo un giro di aperitivi a base di vodka che avrebbero  steso un cosacco, arriva un piattone ricolmo di Manthi, dei ravioloni ripieni o di carne speziata o di zucca. Il segreto per capire la qualita’ del Manthi, ci dice il professorone e’ lo spessore della pasta, piu’ e’ sottile piu’ la cuoca e’ abile e i ravioloni buoni. La pasta di questi Manthi e’ effettivamente sottilissima e io me ne ingurgito una dozzina ricoperti dalla giusta quantita di youghurt acido per quelli alla zucca o di panna acida per quelli alla carne.
Per un assurdo cortocircuito mentale mi trattengo dal finire il resto dei ravioloni alla carne perche’ penso "non ce la faro’ mai ad arrivare al secondo". Ecco, quale secondo? Mi sto ancora pentendo di non aver fatto sparire tutto.

Confesso a Mahmud di essere diventato un drogato di spiedino e lui una sera ci porta a mangiare "i migliori Shashlik di Tashkent".
Mahmud sostiene che i migliori spiedini sono tagiki, che i tagiki sanno come tagliare la carne, come insaporirla e come cuocerla.
Persino Abbas a Shakhrisabsz ci ha portato in un locale tagiko a mangiare gli spiedini e il barbuto uomo di fiducia ne ha fatti sparire tre senza emettere una sillaba, come montalbano di fronte alle triglie.
Comunque la fama e’ meritatissima. Questi diavoli di tagiki tagliano la carne, marinata in nonsocosa, in striscioline poi ci sovrappongono una striscia di grasso e avvolgono il tutto a spirale, fino a formare un disco che poi infilano in uno spiedo piatto che appoggiano sulla solita  fioriera. Lo spiedino piatto e’ una invenzione geniale che ti permette di sfilarlo dal ferro con la forchetta senza che questa si incastri. Sta gente ne sa una piu’ di tina anselmi.

In un paio di occasioni ci siamo dati all’etnico. Una volta a Tashkent dove abbiamo provato un ristorante coreano e una a Samarcanda dove siamo andati via di russo. Le mosse hanno senso visto che sia quella coreana che quella russa sono comunita’ che ormai fanno parte della realta’ uzbeka.
Al coreano ho mangiato cose ottime che gia’ avevo provato a monaco ma piu’ ottime, mentre al russo…bah…non so che dire…quello che ho ricevuto nel piatto e’ stata una bistecchina ricoperta con fette di mela a loro volta ricoperte di formaggio fuso. Ottime eh, ma penso che potrei farmele anch’io al microonde.

C’e’ stata un’unica nota dolorosissima.
Il mio palato ha cominciato a tracimare saliva quando ha saputo che una delle specialita’ di bukhara e’ la "Kavorma Langhman".
A Monaco, grazie a giri strani, si e’ trovata una taverna turca gestita da una greca e da un kurdo. Il kurdo, su ordinazione, preparava la "Kavurma", uno stufato di agnello e verdure che richiede una cottura di parecchie ore e che mi ha sempre fatto fare dei salti mortali sul tavolo dalla gioia. Da quando la tarverna ha chiuso sono in astinenza da kavurma e non mi pareva vero di ritrovarla in asia centrale.
Certo il kurdistan non e’ l’uzbekistan e questa si chiama "kavorma" non "kavurma" ma che diamine, sara’ stato uno stufato un po’ diverso, con qualche spezia diversa, quindi prima di sedermi al tavolo di un ristorante mi sono assicurato col cameriere che servissero la "Kavorma Langhman".
Quello che e’ arrivato sul tavolo ci ha congelati all’istante.
Si trattava di un piatto di tagliolini al pomodoro, inframezzati da qualche cubetto di agnello e ricoperti da un uovo fritto.
Speranzoso ne ho raccolti una forchettata e posso dire che non erano male…erano peggio.
Beppe ha finito tutto in 30 secondi, in apnea e mi chiedo come mai non mi abbia tirato un ceffone. Invece si e’ incazzato col cameriere, roso dal sospetto che ci avessero preso per il culo e che invece dello stufato ci abbiano servito una roba "da italiani".
Il giorno dopo, quasi per caso e senza spiegare nulla, ho chiesto al ragazzo del B&B cosa fosse la "kavorma langhman" e questo entusiasta:
"Ah, guarda e’ un piatto tipico, sono delle specie di spaghetti che si mangiano col pomodoro…"
"…e con sopra un uovo fritto?!"
"Si’ esatto" fa questo estasiato "vi consiglio di provarle!"
Avrei potuto vomitargli sulle scarpe quelle della sera prima.

Trasporti uzbeki (2/2)

Mahmud ci accompagna alla biglietteria, dobbiamo comprare i biglietti del treno.
Come al solito gli diciamo che non e’ il caso che si disturbi, che possiamo fare da soli e come al solito Mahmud ridacchia e in uzbeko o in russo pensa "see…da soli, poveri pirla".
Entriamo nella biglietteria, un cubo bluastro lucidissimo dove all’ingresso ci sono gli immancabili gendarmi che immancabilmente ci ignorano. C’e’ un unico sportello aperto e facciamo una microcoda, davanti a noi c’e’ una tizia accompagnata da una tizia piu’ giovane molto bionda e molto gnocca che quando sente parlare italiano stira l’orecchio tentando di percepire parole chiave come "totocutugno" o "pizzamandolino". Le si da’ soddisfazione solo nominando "Roma".
Dopo un tempo interminabile e’ il nostro turno e Mahmud ci informa che la bigliettara, come previsto, non parla una parola che non sia uzbeko-russo, che accetta solo contanti e che vuole vedere i nostri passaporti rigorosamente con la registrazione dell’albergo.
Scatta la potenza linguistica perche’ la registrazione non l’abbiamo e il nostro Virgilio uzbeko le spiega il perche’ non l’abbiamo e che sganci lo stesso i biglietti senza rompere. Funziona.
Con i biglietti in mano, Mahmud si toglie un peso che si vede che aveva fin dall’inizio della coda, ci dice:
"Sono molto preoccupato per voi"
"In che senso scusa?!" chiedo perplesso.
"Sono preoccupato per la vostra salute?"
"P…prego?!"
"Tashkent e’ una cosa, ma fuori tashkent…le condizioni igieniche…insomma…dovete stare attenti…e poi non parlate la lingua…"
"Dai, no problems"
"No, no, problems, problems, anche il fatto che non volete che domani vi accompagni in stazione…insomma non e’ saggio"
"Mahmud, e’ saggissimo invece. Domani si parte alle 7.00 e tu ti devi alzare all’alba solo per farci da balia. Veramente, ce la caveremo"
Scuote la testa il nostro vate e mormora qualcosa che sembra una citazione dal "sottomarino rosa", tipo "non ce la faranno mai".

Siamo in stazione alle sei e mezza, dopo aver preso un costosissimo tassi’ (meno di 2 euro) per 5 minuti di viaggio.
Primo attacco di panico: il cartellone e’ scritto solo in cirillico e accanto a "Самарканд" (Samarkand) c’e’ una parola che potrebbe voler dire sia "puntualissimo" che "scordatevi di partire". Nessun numero di binario. Forse Mahmud tutti i torti non li aveva.
Scopriamo subito che non c’e’ numero di binario perche’ i binari semplicemente non hanno numero, scatta allora la lingua in bocca e alla prima inserviente con una vaga divisa punto un binario a caso col diteo e le faccio "Самарканд Да?" (Samarkand da?) e ottengo l’illuminante risposta "нет" (Net), con puntamento dell’indice di un binario centrale.Non c’e’ sottopassaggio, si attraversano i binari, una cosa inebriante che avrei voluto fare fin da piccolino/
Individuiamo il treno, ad ogni finestrino c’e’ scritta la destinazione con caratteri ghirigorati. Ogni vagone ha due porte e ad ogni porta ci sono due gendarmi che controllano i biglietti. Mostriamo il nostro e ci fanno capire che "Da", il treno e’ quello giusto ma "Net" il vagone no, dobbiamo andare avanti.
Andiamo avanti e stavolta i gendarmi ci fanno salire. Abbiamo anche un "Kupe’" riservato, uno scompartimento, come tutti del resto, perche’ qui non si puo’ viaggiare in piedi e devi avere il tuo posto.
Entriamo nello scompartimento e pensiamo ad una candid camera.
Sia nel corridoio che nello scompartimento ci sono tappeti e l’impulso e’ quello di togliersi le scarpe. Nello scompartimento, sotto il finestrino c’e’ il solito tavolinetto che invece di essere vuoto o briciolato dai passeggeri precedenti, ospita un portabottigliette con qualche bottiglia di cocacola o finta fanta, una teiera e quattro tazzine maiolicate. L’effetto Orient Express e forte, spezzato solo da i due schermi LCD posti sul vano bagagli, di fronte alle file dei sedili.
Prendiamo posto e solo quando arriva una famiglia mi accorgo che mi sono seduto al posto sbagliato…evabbe’.
Bepppe rimane al suo posto vicino al finestrino, io mi metto nel mio posto legale vicino al corridoio e fra noi c’e’ un posto libero, mentre la famiglia, padre, madre e figliolo, tutti e tre con capelli biondi e occhi azzurri occupano i tre posti di fronte a  noi.
Prima della partenza arriva un gendarme seguito da una pregevole signorina bruna. Il milite caccia dentro la testa e mi dice qualcosa che penso non avrei capito nemmeno coi sottotitoli. Esito e il gendarme mi punta il manganello addosso e lo ondeggia verso posto libero. Il linguaggio del manganello e’ universale e capisco che devo cambiare posto, mentre il mio viene preso dalla signorina pregevole. Il gendarme ha ritenuto poco opportuno che una signorina pregevole sieda fra due maschi nerboruti e stranieri per di piu’. Ah le buone maniere uzbeke.

Il treno parte in perfetto orario e contemporaneamente alla partenza uno dei due schermi, quello di fronte a me, si anima e comincia  a mostrare immagini di uno spettacolo tipo canzonissima di cui avrei fatto volentieri a meno. Lo schermo di fronte alla famiglia invece rimane spento. La madre afferra al volo un inserviente, gli indica lo schermo oscuro e in russo gli spiega qualcosa che dal tono sembra "ho pagato il biglietto intero e voglio il servizio completo". L’inserviente, insaspettatamente, non manda a cagare la signora come nella tipica usanza italica ma comincia ad armeggiare con lo schermo, stacca e riattacca cavi, setta e resetta parametri finche’ lo schermo non mostra finalmente la canzonissima. La signora e’ soddisfatta e io sono sempre piu’ disorientato da questo strano paese.
Commento con Beppe le pregevoli fattezze della "Signorina al mio fianco" e la parola "signorina" viene subito intercettata dalla madre di famiglia che ci identifica immediatamente come italianski.
Dopo un quarto d’ora dalla partenza la madre russa riafferra l’inserviente porgendogli la teiera, che ritornera’ piena di acqua bollente. La signora allora tira fuori tre bustine di te’ verde, un fagotto pieno di biscotti artigianali e ce li offre. Noi ricambiamo con un sacchetto di mandorle e pistacchi iraniani presi al bazar di tashkent. Il ghiaccio e’ rotto.
La madre confabula con la signorina pregevole e dopo aver scoperto che la ragazza parla inglese mi invita a comunicare indicandola ripetutamente.
Vengo cosi’ a scoprire che la famiglia e’ russa e parla solo russo, che vive a Samarkanda e che erano andati a Tashkent per far fare un provino di calcio al figliolo, un  quindicenne che silenzioso si e’ avventato sui pistacchi e che si spera diventi una stella del football.
La signorina invece e’ una studentessa di lingue, anche lei di Samarkanda, era andata a Tashkent a sostenere un esame e stava tornando dal marito e dal figlioletto di 4 mesi di cui mi mostra la foto.
La studentessa parla un ottimo inglese nonostante "non lo parlo mai, sai da noi si studia solo sui libri" e da lei vengo a sapere cose molto interessanti sull’uzbekistan. In cambio vuole sapere come si vive in italia dopo essersi accertata: "L’italia e’ quel buffo paese a forma di stivale vero?".

Il treno non fa fermate intermedie, attraversa regioni che sembrano il sud italia: un po’ di verde, un po’ di brullo, un po’ di deserto.
Passiamo accanto a villaggi e in mezzo a campi verdi puntinati di bianco: cotone.
Si arriva in perfetto orario e a Samarcanda Abdurazzak ci preleva e prima che si esca dalla stazione ci compra subito i biglietti per Bukhara, poi ci infiliamo nel traffico risibile della citta’ sulla sua macchinetta giapponese alimentata a gas.
A Samarcanda ci si sposta come a Tashkent: taxi, bus e volendo anche su carretti trainati da asinelli.
I bus sembrano simili a quelli di Tashkent, molto puliti e mai troppo pieni. Purtroppo la nostra schifosa ricchezza ci impedisce di impelagarci nella decifrazione di orari e destinazioni, nell’acquisto dei biglietti che si effettua a bordo come negli anni ’70 a milano e in sostanza ci impedisce di fare l’esperienza del mezzo pubblico samarcandese, prendiamo tassi’ quando serve.

Da Samarcanda a Kithab e poi a Shakrisabz, citta’ natale di Tamerlano, si arriva con un tassi’ collettivo.
Praticamente si va in un certo punto della citta’, si contratta e si aspetta che altri avventori vogliano andare nello stesso posto.
Quando abbiamo finito le contrattazioni con un tipo questo ha aperto il baule, ha preso una valigia l’ha messa in mano ad un tizio che si era gia’ spaparanzato sul sedile posteriore e gli ha detto di schiodare. Alle lamentele del poveraccio l’autista ha ribadito spiegando la situazione: erano gia’ in quattro, ne aspettavano uno, ma noi abbiamo avuto la precedenza perche’ a) eravamo in due e quindi si riempiva subito e si partiva e b) eravamo ricchi occidentali che avrebbero volentieri pagato il prezzo esoso di 4 euro per fare 80 kilometri. Ubi maior…
All’andata abbiamo passato due posti di blocco il cui primo era costituito da un vecchietto che ha preso il numero di targa, una specie di censimento e il secondo da un poliziotto che ci ha guardati, un po’ stupito ma non ha battuto ciglio.
Il ritorno a Samarcanda si e’ svolto allo stesso modo, ho solo notato che la strada era in ottime condizioni, con solo qualche voragine alla periferia di samarcanda e su un tratto montano.
A Shakrisabz siamo stati scarrozzati da Abbas, il mitico uomo tuttofare dell’osservatorio di Khitab, una persona con la quale abbiamo scambiato pochissime parole, ma che capiva benissimo e riusciva a farsi capire, un uomo particolare con una bella barba islamica il cui carisma e’ riuscito a far partire una jeep recalcitrante e a farci fare una visita privata al museo locale senza sganciare un centesimo.

Da Samarcanda a Bukhara si riprende il treno, ma questa volta niente "kupe’" stile orient-express, il treno e’ un pochetto piu’ nuovo e quindi ci ritroviamo seduti su file parallele come nei treni moderni. Il treno in se’ non e’ tanto moderno, probabilmente residuato sovietico, ma tenuto molto bene, molto pulito e con gli immancabili tappeti.
In questo treno l’inserviente, una tizia che ovviamente parla solo la lingua locale, e’ molto piu’ visibile e si sbatte per aiutare i passeggeri a sistemare i bagagli, a dirimere una diatriba sui posti e a servire il te’. Una specie di hostess per treni, ma molto piu’ gentile. All’arrivo la signora ci saluta proprio come le hostess.
L’impressione che in Europa ci prendano tutti per il culo qui e’ stata fortissima.

Da Bukhara a Khiva purtroppo non c’e’ il treno, cioe’ ci sarebbe, anzi c’e’ sempre stato, ma un tratto di ferrovia adesso passa per il Turkmenistan con il quale non si hanno ottimi rapporti e quindi niente treno.
I sistemi per percorrere i 500 km sono il solito collettivo, il pullmann o il taxi. La tizia dell’albergo in cui alloggiavamo ci ha consigliato di prendere il taxi, sia perche’ e’ piu’ comodo sia perche’ cosi’ avrebbe potuto fare la sua bella cresta. Noi che siamo  i soliti ricchi abbiamo accettato e abbiamo sgusciato alla signora ben 130 dollari per fare il tragitto Milano-Roma in due, in taxi. Non male.
Eccoci quindi su una chevrolet-non-so-cosa a quattro porte, nuova di pacca.
L’autista e’ un ometto malaticcio che tossisce in continuazione e che parla inglese ma senza usare i verbi, solo sostantivi. Meglio che niente.
Poco fuori Bukhara il paesaggio cambia, diventa una steppa desertica e subito dopo muta in un deserto vero e proprio con tanto di dune.
Ci fermiamo periodicamente sia perche’ l’autista malaticcio deve fumare ed espettorare, sia a causa dei posti di blocco della polizia, ogni 50 kilometri circa. L’autista sa bene quando manca poco al posto di blocco e mi accorgo che ci stiamo arrivando perche’ si allaccia la cintura. La parentesi surreale e’ che a 200 metri dal posto di blocco c’e’ un cartello di Stop, in pieno deserto. L’omino-autista si ferma, cosi’ in mezzo al nulla, aspetta qualche secondo e poi riparte. I gendarmi ci guardano come al solito indifferenti e io comincio a spazientirmi: ma la polizia non doveva fermarci e pretendere la bustarella?!? Adesso nemmeno la polizia e’ piu’ affidabile?!
Superiamo camions (o camii?) kazaki, costeggiamo il gasdotto e quando ci fermiamo esaminiamo le buche nella sabbia lasciati da strani roditori dalla forma scoiattoloide.
La seconda pausa surreale e’ quando ci si ferma a fianco di una casamatta, per la regolamentare fumata.
Dalla casamatta esce una tizia e confabula con l’autista. Sembra di essere a Baghdad Cafe’.
L’autista ci fa segno di seguirlo, si costeggia la casamatta, esamino una parabola molto artigianale fatta in domopak e si arriva sul retro dove c’e'…ecco cosa c’e'? come si fa a dirlo? E’ un’oasi, lo si capisce da una striscia verde nel mezzo del deserto e questi matti della casamatta che hanno fatto? Hanno raccolto l’acqua in un vascone e ci hanno fatto un allevamento di pescigatto. Nel deserto. Decliniamo l’invito di fermarci a pranzo e si riparte.
Ci mettiamo 5 ore ad arrivare nei dintorni di Khiva, praticamente sono volate e ora e’ tutta una distesa di campi di cotone. Ci fermiamo a raccogliere i batuffoli di questa strana pianta e ripartiamo in fretta.
All’arrivo all’hotel scrivo un biglietto alla tizia dell’hotel in cui dico che siamo arrivati sani e salvi e consegno il biglietto all’autista. Questo verra pagato dalla signora di Bukhara alla consegna del biglietto. La mossa serve per evitare possibili gabole e magari anche qualche rapimentino.

A Khiva ci si sposta a piedi, la citta’-museo e’ piccola abbastanza, ma fuori delle vecchie mura c’e’ persino un servizio di filobus: a quanto pare gli amministratori khivani sono piu’ lungimiranti di qualsiasi assessore varesino.
Si vedono delle bici e anche qualche motoretta, ma il numero e’ sempre bassissimo.
Il tratto Khiva fino a Tashkent, circa 1000 chilometri lo facciamo in aereo, un volo interno che ci avevano sconsigliato dall’italia, per questioni di sicurezza e che invece e’ andato benissimo, anzi l’aereo sembrava piu’ nuovo di certe carrette che ho preso fra milano e roma.

Il volo di ritorno da Taskhent a Roma parte alle 5.00 e ci fa fare una levataccia. La sala d’aspetto dell’aeroporto e’ piena di gente e noi prendiamo un te’ al bar, affiancati da due tizie che identifichiamo come escort, come si deve dire adesso, ma solo perche’ a quell’ora invece del caffelatte si sorbiscono un doppio bourbon. Pregiudizi.
Si parte in orario e l’unica differenza col volo di andata e’ che un adolescente indianoide mi dorme addosso e io devo periodicamente dargli pestoni ai piedi e gomitate nelle costole, e che alcune hostess e qualche passeggero, comprese le due escort, indossano la mascheretta anti influenza maiala. Puttanate, appunto.
A Roma mi aspetto le mie 4 ore, prendo il volo per milano e quando arrivo scopro che mi e’ successa una cosa che avevo messo in conto fin dall’inizio, ma mi aspettavo che succedesse in Uzbekistan: mi hanno perso il bagaglio.
Voglio tornare in asia centrale.

Trasporti uzbeki (1/2)

Per conoscere l’Uzbekistan bisogna andarci. Ora la spiego, cosi’ magari sembra meno banale.
Stando a casa si puo’ imparare qualcosa di parecchi paesi del mondo. Conosciamo la cucina cinese o indiana o giapponese, conosciamo la musica latinoamericana o africana o persino aborigena, sappiamo come e’ fatto un mongolo o un tunisino, abbiamo idea di chi siano e cosa facciano gli
eschimesi o i malgasci.
Dell’Uzbekistan invece non ci arriva nulla, ci dobbiamo andare per saperne un po’ di piu’.
Come si fa? O con l’aereo o con la macchina, sconsiglio la nave.

Se si vuole andare in Uzbekistan dall’italia si puo’ sborsare una settecentina di Euro e si e’ liberi di partire il venerdi’ da Malpensa o il giovedi e il lunedi’ da Fiumicino. All’andata il volo e’ comodamente piazzato alle 11.00 al ritorno e’ una mazzata che ti arriva alle 5.00 di mattina. Da ottobre ci sara’ un volo diretto Muenchen-Tashkent.
Gia’ il volo e’ fantasmagorico perche’ dopo terre note come la costa adriatica dell’italia e la Grecia, si sorvolano le immense distese di campi coltivati dell’Ucrania, un pezzo di mar Caspio e si passa sopra
quello che rimane del lago di Aral o quello che ne resta, una delle tante follie del genere umano.
L’aereo e’ mezzo vuoto e la meta’ piena e’ costituita da uzbeki, da indiani che probabilmente vanno in india facendo scalo e da gruppuscoli di italiani male assortiti e aggruppati da una qualche agenzia di viaggio poco accorta che ha unito giovani trentenni arrapati ad improbabili anche se divertenti carampane.
Si fa conoscenza con Evelina, una giovane avvocatessa uzbeka che immediatamente viene invitata a cena in cambio della sua storia. Lo scambio si rivelera’ estremamente vantaggioso.
Ad un certo punto cala il sole e sotto non si vede assolutamente nulla, buio totale finche’ d’improvviso appare la citta’ illuminata.
Appena atterrati a Tashkent, la capitale, un cordone di polizia sulla pista ti fa capire dove sei capitato, in una dittatura anche se parecchio morbida.

Il bus ci ha portati all’ingresso della stanza dove si ritirano i bagagli, i quali sono arrivati intatti e hanno cominciato a scorrere sul nastro dopo una ventina di minuti facendoci fare opportuni confronti con i tempi italiani.
Dopo aver recuperato i bagagli si svolgono le solite formalita’ che consistono nel mostrare il passaporto, mostrare un foglietto scritto in inglese e distribuito sull’aereo che si deve compilare e dove si dichiara quanto grano si importa, quanti apparecchi per radiotrasmissioni (boh), quante armi e quant’altre schioccherie da regime paranoico. I bagagli poi si fanno passare in un metal detector per vedere se per caso non hai mentito e non cerchi di importare un lanciarazzi senza averlo dichiarato sull’apposito modulo.
L’aeroporto e’ praticamente in citta’ e all’uscita c’e’ Mahmud che ci e’ venuto a prendere con un suo amico.
L’impatto con la citta’ e’ strano e subito crollano le miriadi di immagini che mi ero fatto. Immagini che andavano da una citta’ sovietica ad una medioorientale passando per una citta’ europea di provincia.
In effetti e’ un misto di tutto.
Ci sono palazzoni sovietici arabescati oppure villette tipo brianza con decori vagamente cinesi.
Il traffico puo’ essere quello di Monaco o di Parma, fatto principalmente di auto che possono essere delle decrepite Lada, la versione russa della Fiat 128 o fiammanti Chevrolet Matiz o magari gipponi giapponesi guidati da superricchi uzbeki.
L’uzbekistan non ha petrolio, pero’ e’ ricco di gas naturale quindi quasi tutte le auto vanno a gas e ogni tanto arrivano zaffate all’aroma di scorreggia.
A Tashkent ci si sposta a piedi se si vuole, ma per necessita’ ci si muove in bus, in metro’, in macchina propria o sotto forma di taxi.
Il metro’ e’ sorprendente ed e’ l’unico disponibile in tutta l’Asia centrale. Costruito negli anni settanta e’ una meraviglia di decorazioni in stile liberty o tipo parigi anni ’30 o anche in stile decisamente uzbeko con le maioliche azzurre.
Dopo aver comprato un gettone sganciando l’equivalente di 15 centesimi di Euro si accede ai binari.
Ad ogni stazione ci sono uno o due poliziotti che controllano che tutto sia in ordine e che gli stranieri non facciano foto: e’ vietatissimo, visto che il metro’ ha anche la funzione di bunker antiatomico ed e’ quindi una struttura militare.
Due turisti giovinastri dalle sembianze americane lui e coreane lei vengono blindati dai gendarmi. I due coglioni si sono macchiati del crimine di vagarsene tranquilli  per la stazione del metro’ con due zaini giganteschi sulle spalle. Decisamente sospetto. I due avrebbero dovuto o prendere un taxi e farsi portare direttamente all’albergo dove avrebbero lasciato i bagagli.
Persino prendere il bus o il tram avrebbe attirato l’attenzione del poliziotto sempre in agguato. Prendere il taxi poi e’ la cosa piu’ facile del mondo.
Se un newyorkese muore e in vita ha fatto il bravo, per ricompensa lo mandano in uzbekistan. In questo paese, esattamente come a New York e’ un continuo richiamo "Taxi! Taxiiii!", pero’ qui sono i tassisti che si offrono e sta a te decidere su quale macchina salire.
Praticamente ogni macchina a tashkent e’ un potenziale taxi. Quello che si fa e’ mettersi sulle strade principali o nei pressi di una fermata di bus e metro’ e ad ogni macchina che passa mostrare il dito indice che punta verso il basso che in uzbeko significa "se sei un tassista fermati qua". Non abbiamo mai aspettato piu’ di due minuti prima che due macchine si fermassero. Esattamente, sempre due, dove la seconda si ferma a pochi metri dietro la prima.
In un misto di russo-uzbeko-inglese-milanese si spiega all’autista dove si vuole andare, si chiede il prezzo e si contratta. Alla fine si spende fra l’euro e l’euro e mezzo in valuta locale. Perche’ due macchine? Perche’ non e’ raro che la trattativa col primo autista non vada a buon fine, sia perche’ questo non capisce dove si vuole andare, sia perche’ non ci si accorda sul prezzo, ma molto spesso quello che succede e’ che il tassista improvvisato non sa dove si trovi la nostra destinazione. Il secondo tassinaro quindi entra in gioco.
Sembra assurdo ma non pochi autisti hanno desistito persino dopo che gli si e’ mostrato l’indirizzo scritto in perfetto cirillico. Il problema e’ che i nomi delle vie sono semplicemente inutili: fino alla rivoluzione erano nomi russi, dopo la rivoluzione un misto e ora si stanno uzbekizzando, ma nel frattempo e’ un gran casino e la gente si intende con qualcosa tipo "vai all’istituto che sta fra l’autolavaggio e il fiorista, ma non il primo, il secondo". Ecco, spiegarlo in russo non e’ sempre agevole, quindi…appena il primo tassista desiste si passa alla seconda scelta che magari e’ un giovanotto che manco lo sa il russo e spiccica l’inglese perche’ becca MTV col satellite.
Ci avevano consigliato: "evitate gli abusivi! Anzi chiamate il radiotaxi che si sentono brutte storie". Pero’ persino alla fine della cena Evelina e’ saltata su un rottame fermato in una stradina e guidato da un altro rottame. Se non ha avuto paura l’autoctona…
E’ arrivata a casa sana con la dignita’ intatta, abbiamo controllato.

Le macchine private non sono poche anche se uno deve risparmiare per potersi permettere una coreana o una giapponese. I prezzi sono piu’ bassi che in Europa, per una Chevrolez Matiz si possono spendere dai 2500 ai 5000 Euro, ma per i locali la cifra e’ di tutto rispetto. Le macchine nuove sono quasi tutte bianche, probabilmente perche’ costano meno e sono trattate meglio della fidanzata: lavate, lucidate, sbaciucchiate. Tranne i gipponi vanno tutte a gas dove un litro di carburante costa sui 40centesimi di euro.
Su parecchie macchine, sul cruscotto lato passeggero si vede una bussola dorata e molto pacchiana, a volte arabescata, altra dotata di un minuscolo minareto.
Serve per indicare la mecca, cosi’ mentre si e’ in viaggio ci si puo’ fermare e dire la preghierina verso la direzione giusta.
Per i viaggi lunghi il tassista e i passeggeri, se sono pii, prima di partire allargano le mani e poi le passano di fronte alla faccia come per lavarsela. E’ la preghiera del ringraziamento che qui vale anche come scongiuro.

La polizia e’ dappertutto, letteralmente ad ogni incrocio e ferma gli automobilisti sia a casaccio per fare controlli, sia quando il pulotto rileva infrazioni. Quando Abdurazzok, il nostro contatto tuttofare a Samarkand ha fatto una svolta a sinistra barbina in una via deserta, da qualche tombino e’ uscito un gendarme che lo ha cazziato per bene. Il tutto si e’ risolto con una ramanzina perche’ s’e’ capito che il nostro uomo ci ha venduti come "persone importanti, scienziati".
Dopo qualche giorno a Tashkent ci siamo fatti discorsi sul traffico, tra gli altri e sia io che il socio avevamo la sensazione che mancasse qualcosa…ma che? I bicicli!
Abbiamo girato Tashkent, ma non avevamo visto una sola moto, un motorino e nemmeno una bicicletta. Come e’ possibile?! In un paese che non naviga nell’oro il biciclo e’ il compromesso ideale fra necessita’ di spostare velocemente corpi e merci e il costo limitato. Qui invece nulla.
Come un piccione ho chiesto a Mahmud: "Senti, com’e’ che non ci sono moto in citta’? E’ per via che inquinano?".
Mahmud mi ha guardato come ogni tanto ci guardava lui e sicuramente avra’ pensato anche stavolta: "ma questi da che pianeta arrivano?!"
Si e’ fatto una grassa risata:
"Nononono, quale inquinamento?! Moto e motorini, penso anche le biciclette, sono vietati"
"Ssssi, l’avevamo intuito ma perche’?"
"Per questioni di sicurezza. Sai che abbiamo problemi col terrorismo no? Il nostro presidente ha paura degli attentati e con una moto o un motorino e’ piu’ facile trasportare esplosivi, superare i posti di blocco e gettare granate".
Rimaniamo ghiacciati. Sembra di essere nel posto piu’ tranquillo del mondo, ma e’ chiaro che noi di questo paese non abbiamo ancora capito un cazzo.
Domani dobbiamo prendere il treno e abbiamo dei dubbi, non sappiamo piu’ cosa aspettarci.

(continua)

Missione Uzbeka

Non mi piace viaggiare, l’ho gia’ detto?
Forse l’ho gia scritto, ma quello che l’ha scritto non e’ quello che sta scrivendo adesso, esattamente come pensavo.
Blaise Pascal, che era molto furbo, aveva detto "I guai cominciano quando esci di casa" e io sono dannatamente d’accordo.
In particolare non mi piace viaggiare per turismo, non lo sopporto proprio, e’ praticamente rompersi i coglioni per andare da qualche parte a rompere i coglioni a gente che nemmeno conosci. Se tu scegli di incontrare genti diverse per chissa’ quale motivo, le genti diverse mica scelgono di incontrare te, ti beccano li’ e devono sopportare la tua faccia, statisticamente pallida e le tua presenza, quella di uno ricco da far schifo. Statisticamente beninteso.
Per questo e per altri motivi quando il Beppe una sera a cena da amici se ne viene fuori con "Ci sarebbe da andare in Uzbekistan a recuperare delle mappe stellari, chi viene con me?", io ho esitato tre secondi e poi ho detto "vengo io".
Non sopporto di fare il turista, ma non resisto quando si tratta di partire in missione.

Il giorno dopo mi sono attaccato al uichipedia e ho scoperto con delusione che…in Kazakhstan non c’e’ un tubo di niente. Ha una storia ridicola, non ha bellezze naturali se non la steppa, non ha citta’ interessanti se non il sito di bahikonur, peraltro inaccessibile, da dove lanciano i razzi e non ha monumenti degni di nota. Che cazzo ci vado a fare? Poi l’illuminazione. Era Uzbekistan, non Kazakhstan.
Mi sono spostato di qualche centinaio di chilometri e…altro pianeta.
L’uzbekistan ha una storia multimillenaria, monumenti pazzeschi, citta’ da mille e una notte  e una natura se non fantasmagorica, sicuramente interessante. Inoltre l’uzbekistan ha avuto un’influenza sul mondo come lo conosciamo e noi nemmeno sappiamo dov’e’.
Ecco, questa che non sappiamo dov’e’ l’uzbekistan non e’ tanto vera…e’ vera nel senso che quando ho cominciato a dire "forse, vado in uzbekistan" la gente come prima cosa mi ha chiesto "E dov’e'?!".
Sembra di no, ma noi sappiamo benissimo dov’e’ l’uzbekistan, infatti mi bastava citare Samarcanda per vedere sopracciglia rilassarsi.
Oltre a questo l’uzbekistan e’ la terra natia di Avicenna, il famoso medico e dell’ancora piu’ famoso Abu Ja’far Muhammad ibn Musa Khwarizmi che detto cosi’ sembra un terrorista islamico in realta’ parliamo di Al-Khwarizmi, l’inventore dell’algoritmo, una cosa senza la quale non potrei scrivere queste dabbenaggini e voi leggerle. Questi e altri personaggi ancora venivano tutti dall’asia centrale, ora uzbekistan.

Che vuol dire uzbekistan? Uzbekistan vuol dire letteralmente "Posto [stan] degli uzbeki [uzbek]". Allo stesso modo kazakistan vuol dire "posto dei kazaki", Tagikistan "posto dei tagiki", Kirgyzistan "posto dei kirgysi" e cosi’ via.
Si faccia lo stesso esercizio con Turkmenistan e Afghanistan, se avete problemi scrivetemi in privato.

Ma come si fa ad andare in uzbekistan? Ecco, non e’ che sia facilissimo, le autorita’ uzbeke ti fanno capire che se te ne stai a casa tua  e’ meglio, praticamente come farebbe un leghista medio, ma in maniera molto piu’ educata e senza affondarti il gommone.
In seguito capiro’ anche il perche’ di questa reticenza nel farti andare a casa loro, ma in questa fase ero molto perplesso: non gli interessano i miei grassi Euro?!
In definitiva in uzbekia si entra solo per invito, non e’ che passi di li’ per caso, suoni e fai un’improvvisata.
Se fai parte di un viaggio organizzato e’ l’agenzia che ha agganci locali i quali ti invitano, ma noi non eravamo intruppati. La soluzione e’ stata di farsi invitare dagli astronomi dell’Osservatorio Astronomico "Ulugh Beg", in pratica non eravamo fancazzisti, fricchettoni o perdigiorno di viaggi organizzati, eravamo professionisti, eccheccazzo. Cosi’ facendo il tutto e’ andato liscio…quasi.
La prima cazzata l’ho fatta ancor prima di mettere piede sul suolo uzbeko.
Il socio ha fatto le pratiche andando all’ambasciata a roma e quando e’ finalmente arrivato un numeretto magico di telex, il Beppe si e’ presentato dal gendarme uzbeko, gliel’ha mostrato e gli ha mostrato pure il mio passaporto e il modulo che ho compilato in inglese. E’ a questo punto che il gendarme ha puntato il dito sul mio modulo e ha chiesto con fare perentorio al socio: "E questo cosa vuol dire?!".
Il questo era la mia confessione a fianco del campo "Cosa caspita vai a fare in Uzbekistan" dove io, dopo profonda riflessione ho messo "Visitare l’Osservatorio Astronomico, incontrare i colleghi e fare turismo".
Al guardiano non tornava quel "fare turismo". Il socio ha messo la pezza dicendo "beh, si’ dopo aver collaborato vorremmo dare un’occhiata al famoso patrimonio culturale uzbeko".
Il gendarme ha strizzato gli occhi gia’ a mandorla e ha sentenziato "Capisco. Ok." mettendo quindi il timbro sul visto, visto che mi costera’ dolore e sofferenza nel caso dovessi andare negli Stati Uniti.
Questa pero’ e’ un’altra storia.

Ancora in orbita

Pigio sull’acceleratore, la Furia Pelosa deve andare in bagno. Coraggio mancano solo 150km.
Ascolto la radio e apprendo che domani mi svegliero’ liberal-democristiano, che i socialdemocratici si sono presi una meritatissima musata elettorale.
Ad ogni curva mi allontano sempre di piu’ dal paese dei folli, quello a forma di stivale, dove nessuno sembra rendersi conto dell’odore di putridume sociale e quei pochi che se ne accorgono si tappano il naso dicendo che passera’.

Ho la testa ancora piena di minareti, di madrasse, di immagini strane da un altro pianeta. Ho gli occhi pieni di sorrisi nonostante "non e’ che si stia troppo bene, sai abbiamo un dittatore e la nostra unica speranza e’ che muoia".
A chi lo dici…
Ripenso a quello che ho visto, agli odori e ai sapori di un paese che e’ uscito solo vent’anni fa dalla follia sovietica e fra molto meno si buttera’ a capofitto nella follia capitalista, gia’ accorgendosi di quanto costa questa nuova pazzia, ma pensando di riuscire a pagare il conto del progresso.
Poveri, carissimi, adorabili illusi.
Guardo l’autostrada, ma vedo il paese dove ancora si parla con tutti nonostante le mille lingue diverse e non si e’ mai soli. Guido verso paese dove e’ normale non sapere chi abita al piano di sotto. Lascio un deserto di sabbia e mi avventuro nel deserto degli uomini.

Vorrei aggiungere altro, ma non sono ancora tornato.

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