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Tag Archive: la rossa


La perdita della verginita’


Non dovrei scrivere sta cosa il 27 gennaio, ufficialmente giorno della memoria, ma io odio i giorni della memoria, come odio il giorno della donna, della mamma, del papa', della lotta al cancro o a favore del bambino. Sembra che tutti gli altri giorni siano quelli dell'oblio o a favore dello stupro e dell'ingroppo dei bambini. Purtroppo e' proprio cosi' quindi sta cosa la racconto proprio oggi, perche' un 27 gennaio mi hanno squarciato uno dei tanti imeni che foderano le pupille invece che l'utero.

Il primo deportato che ho incontrato e' stato al paesello, mentre facevo il tirocinio per poi fare il barelliere.
Una sera, verso le 22.00 mentre io e il mio socio di tirocinio speravamo di essercela sfangata arriva sto tizio, magro, con un sacco di capelli e con gli occhi infuocati.
Ci stringe la mano e dice che non vuole rompere i coglioni ma che ha bisogno di una certa medicina, che le farmacie sono chiuse e che solo in pronto ce l'hanno.
Io gli dico che non so, che non e' la prassi, che le medicine le danno solo per le urgenze, ma che sarei andato a chiamare il medico.
Ride il tizio, di una bella risata grassa per contrastare il fisico ossuto e dice "chiamalo chiamalo, io sono un caso speciale, patologico, anzi patologicissimo".
Il medico arriva, si apparta col tizio, poi se ne esce.
Il tizio sventola la scatola di medicinale e fa "vedi? sai sono malatissimo".
"Veramente lei sembra piu' sano di me" ribatto, infatti io tra turni al lavoro e turni in pronto sembro uno zombi mentre il tizio sembra che abbia una duracell infilata su per le chiappe, parla veloce, gesticola, non sta fermo quando parla.
Ride forte il tizio e fa "nonono ti sbagli, sono malato, malatissimo, lo dice questo documento" e mi mette sotto il naso un tesserino verde, plastificato, aperto e sulla prima pagina alla voce "malattie certificate" c'e' scritto "tutte".
"Vedi?" mi fa il tipo "io sono malatissimo, il piu' malato del mondo, ho tutte le malattie del mondo".
Di fronte alla mia perplessita' mi svela il segreto: "sono un ex deportato, sono sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti e questa la considerano una malattia.
I burocrati mi hanno assegnato tutte le malattie del mondo per facilitarmi, ma comunque hanno decretato la mia malattia".
"Ma lei e' stato veramente in un campo di sterminio?!" chiedo incredulo
"Certo! Sono stato a xxx [non mi ricordo assolutamente dove, ma era uno di quelli brutti, da dove non si usciva vivi] per due anni, poi ci hanno liberati gli americani. Ci ho messo anni per tornare a casa perche' volevo rimettermi in sesto altrimenti mia madre al vedermi sarebbe morta".
Il tizio parte con una conferenza, io e il socio siamo rapiti, stentiamo a credere che quel tipo cosi' energetico e cosi' chiassoso sia un ex deportato. Ci racconta cosa e' stato dopo, ma non durante, glissa, dice che altri hanno raccontato meglio di lui ma che quello che hanno scritto e' tutto vero.
Ci dice che aspetta dei soldi, ma che un politico con la gobba li tiene bloccati per prendere tempo, che aspetta che i deportati muoiano tutti prima di sganciare i denari.
E' passata un'ora, il tizio se ne va e adesso il pronto sembra piu' buio del solito.

Ma non e' qui che ho perso la verginita', e' stato molto dopo.
In seguito avrei incontrato altri ex-deportati e avrei trovato in loro la stessa energia e la stessa allegria. Proprio cosi', allegria.
Ad uno, un ucraino,  gliel'ho chiesto come facessero ad essere cosi' allegri e lui mi ha detto "sai, non tutti sono riusciti a rifarsi una vita normale, ma quelli che ci sono riusciti si sono accorti che dopo aver visto le cose piu' brutte del mondo, non puoi vederne di piu' brutte, quindi anche il piu' grosso contrattempo della vita ti sembra una barzelletta".

Dopo l'incontro con i deportati mi sono ritrovato in monaco a mangiare in una kneipe. Si condivideva il tavolo anche con sconosciuti, come si usa qui e alla mia destra c'era un tizio di cui non mi ricordo la faccia, solo che aveva una barba bianca, tipo babbo natale, ma piu' corta. Mangiava in silenzio, sembrava che fosse solo, sembrava che ascoltasse la nostra conversazione. In effetti lo faceva ed e' lui che mi ha fatto del male.
Con gli altri commensali parlavo di quella strana energia dei deportati e il discorso era scivolato su altro, sul fatto che specialmente d'estate ci sono un sacco di pullmann pieni di anziani che fanno le gite e che gli anziani tedeschi mi sembravano molto piu' arzilli di quelli italiani, che i vecchietti italiani erano sempre li' a lamentarsi per gli acciacchi, mentre questi camminavano dritti e sembrava che non avessero malattie. E' stato li' che Babbo Natale si e' voltato verso di me e con un sorrisino mi ha detto, in italiano fessurato da un forte accento tedesco:
"Chiedo scusa, ma io parlo italiano e non ho potuto fare a meno di ascoltare la vostra conversazione. Mi permette una domanda?"
"Prego"
"Secondo lei gli anziani tedeschi sono geneticamente migliori, nel senso di piu' sani di quelli italiani?"
"Come? No, no, che diamine, non penso che sia una questione genetica, come potrebbe essere?!"
"Allora le faccio notare una cosa. Gli anziani di oggi sono i bambini sopravvissuti all'aberrante esperimento di eugenetica dei nazisti. Sono coloro che non sono stati soppressi in tenera eta' e che sono sopravvissuti alla guerra. In qualche modo hanno subito una selezione"
Io e i miei commensali piombiamo in un silenzio freddo.
Babbo Natale continua: "Si e' mai chiesto in che modo i sopravvissuti ai campi di sterminio siano tali?"
"Cosa vuole dire?"
"Ha mai letto libri sulla vita nei campi di sterminio?"
"A pacchi"
"Ha mai letto che farsi rubare le scarpe significava morire?"
"Certo"
"Ha mai sentito nessuno dire 'ho rubato le scarpe al mio vicino' ?"
"…"
"L'essere umano quando si tratta di sopravvivere diventa un demone o un angelo"
"…"
"…purtroppo gli angeli sono sempre cosi' delicati…"
"…"
"Chiedo scusa per l'intrusione, ora devo proprio andare, grazie per la conversazione" si alza, si abbottona la giacca verde di feltro ed esce veloce dal locale.
Io non riesco ad aprire bocca. Babbo Natale invece dei doni mi ha lasciato un sacco di carbone.
Questo episodio l'avevo dimenticato, per anni l'ho rimosso e solo dopo aver letto "I racconti della Kolyma" che descrive la vita in un gulag sovietico me ne sono ricordato. C'e' scritto chiaramente che i sopravvissuti al gulag venivano isolati dalla gente comune, perche' non c'era modo di sapere come erano sopravvissuti, se con la virtu' o calpestando il prossimo.
Nei campi di sterminio come nei gulag non esisteva la virtu' era cancellata dall'istinto di sopravvivenza. Gli aguzzini avevano fatto molto peggio che disumanizzare le persone: le avevano fatte diventare dei demoni. Avevano portato a galla il mostro che si annida dentro ognuno di noi e che immancabilmente esce quando si tratta di decidere fra noi e il prossimo.
Ho ripensato spesso a quanto detto da Babbo Natale e non sono mai riuscito a immaginare il tipo del pronto soccorso o Y. dall'ucraina o G. e M. dall'italia nell'atto di rubare le scarpe o di denunciare il vicino per un piatto di minestra o di fregare una coperta. Eppure e' probabile che l'abbiano fatto, come faremmo tutti.
In nazisti hanno creato un esercito di demoni e quelli che non sono sopravvissuti all'orrore e al rimorso sono diventati degli angeli, in grado di vedere il buono anche quando noi non riusciamo a vederlo, sono in grado di riconoscere il male e di avvisarci di starne alla larga, perche' sanno dove puo' condurre un gesto o una parola dura.
La mia gratitudine e il mio ricordo va a coloro che magari sono stati dei demoni e che trovano ancora la forza di ricordarci che l'orrore non e' finito nel '45, che l'abominio si svolge ogni giorno, che l'oscurita' e' ancora fra noi, ma ci ricordano anche che con lavoro e impegno e' possibile trasformarla in luce. Loro lo hanno fatto.

Legionari

Mi versano un bicchiere di vino, me lo avvicinano alle labbra. Bevo.
Poche gocce scivolano sul camice, formano macchie che si siedono accanto ad altre macchie ancora fresche. Di sangue.
"Dai, Pilger, sara' mica la prima volta che ammazzi qualcuno"
Sollevo gli occhi acquosi per incrociare quelli azzurri dell'uomo barbuto che mi fa quella domanda oscena.
"Si'" dico io.
"Mezzasega" fa lui.

Perche' infierisce? Mica l'ho ammazzato io quello, si e' schiantato contro la recinzione, correva troppo, ha sbandato. La ferraglia su cui e' atterrato l'ha praticamente decapitato. La sua amante? No quella era ancora viva…credo.
"Credi?" fa il barbuto.
"Credo…credo di si'…"
"Dai bevi" fa il barbuto "non l'hai salvata e quindi l'hai ammazzata"
"E' cosi' che funziona?"
"No. Ma e' piu' facile se ci credi, almeno ci puoi bere sopra"
Io ci bevo sopra da quel giorno, cioe', forse anche da prima, ma non e' tanto piu' facile.
"Senti…" afferro lo sguardo del barbuto "ma tu l'hai mai ammazzata veramente la gente?"
"MA SEI SCEMO!?"
"Scusa…" era una domanda del cazzo, il riccardo, il barbuto l'ha ammazzata davvero la gente, me l'ha raccontato tante volte.

Il riccardo e' entrato nella Legion e non so perche'. Cioe' lo so come lo sanno tutti, ma sembra assurdo dirlo, sembra un film di Stanlio e Ollio. Il riccardo ci e' entrato per via di una donna, come nei film, ma i dettagli non li sa nessuno, a questo punto penso che non li sappia nemmeno lui.
"Perche' la legion riccardo?"
"Che cazzo ne so".

Anche Giuliano era entrato nella legion, ma lui era perche' aveva problemi con la giustizia, roba di droga e nella legion ti perdonavano tutto. Cioe' quasi tutto, la fuga no e giuliano e' fuggito scappando di notte, scavando buche e dormendoci dentro di giorno, spalmandosi di robe strane per evitare i cani, proprio come gli avevano insegnato nella legion. Non e' assurdo? Pero' cosi' giuliano e' scappato davvero ed e' arrivato in bretagna. Poi son passati tre anni e non gli hanno fatto piu' niente. non e' strano?

Riccardo invece si e' congedato, mica e' scappato. Riccardo si e' fatto tutto l'addestramento e per descriverlo ci vorrebbe un libro. Alcuni capitoli me li faccio rileggere:
"Ma allora hai imparato il francese?"
"In due mesi, col metodo della legion"
"Sarebbe?"
"Il caporale ti diceva una frase e se non la ripetevi corretta con l'accento giusto ti dava uno sganassone. Dopo due mesi parlavo francese meglio dei francesi".

Bevo…tremo un po'…la donna era gia' morta…forse…
"Riccardo com'e' quella volta che hai ammazzato tuo fratello?"
"Ma ancora la vuoi sentire quella storia di merda?!"
"Si' per favore, stasera si'"
"Va bene, anche tu stasera hai ammazzato"
"NON DIRE COSI' QUELLA DONNA ERA GIA' MORTA! L'ha detto il medico del pronto!"
"Respirava o no quando l'hai intubata?"
"si'…"
"E allora che cazzo vuoi?! siete stati troppo lenti, avete perso tempo a sistemare l'ambulanza"
"aveva il collo spezzato"
"credici"
"l'ha detto quello del pronto…"
"credici allora"
"Dimmi di tuo fratello"
"Bevi prima"
Bevo.

"Eravamo in libera uscita, eravamo nel porto di xxxxx, un posto che non so nemmeno se c'e' sul mappamondo e noi non vedevamo una donna da due mesi e mezzo. La capisci sta cosa?"
"Si' che la capisco"
"Ecco, allora non sei tutto scemo. Siamo scesi e io sono andato subito al bordello, ma F. no, lui e' andato ad ubriacarsi prima".
"F. era tuo fratello no?"
"Si' come tutti nella legion. Dopo la prima missione si diventa fratelli".
"Ah. E poi?"
"E poi niente, quel coglione ha menato la gente della bettola come al solito e poi e' uscito urlando come un pazzo e si e' infilato in un vicolo"
"E poi?"
"E poi niente, io dopo il bordello sono andato nella bettola, ma quel coglione e' uscito dal vicolo trascinandosi dietro una bambina."
"E tu?"
"E io cosa? io stavo bevendo, non l'ho mica visto. Quando sono uscito dovevamo rientrare allora ho cercato F. e l'ho trovato dietro a delle casse che dormiva. Aveva violentato la bambina"
"…"
"e l'aveva strangolata"
"…"
"coglione…"
"E tu?"
"Io? Io ho fatto l'unica cosa che un uomo deve fare, ho preso il mitra e ho sparato a F., l'ho tranciato a meta'. non se n'e' accorto nemmeno"
"…"
"Nella legion non ci sono assassini"
"Ma ammazzavate la gente"
"Quella e' la guerra, non ammazzavamo la gente, ammazzavamo i nemici"
"Ma hai ammazzato tuo fratello"
"I miei fratelli non violentano e non ammazzano le bambine"
"…"
"Ma poi che cosa e' successo?"
"Cosa vuoi che sia successo? Un gran casino. Alla fine hanno insabbiato tutto"
"Ma a te non ti hanno fatto niente?"
"A me?!? Cosa c'entro io? Io ero coi compagni nella bettola, ho solo fatto pulizia, mancava poco che il colonnello mi desse una medaglia".
"Non sto tanto bene"
"Bevi scemo o ti porterai dietro quella donna per tutta la vita"

Ovviamente mi sono inventato tutto, non esiste nessun riccardo, nessuna bambina, nessun F., nessuna legione, nessun incidente e io non conosco nessuna donna col collo spezzato.
E' tutto frutto della mia fantasia e di questo mondo scemo.

Otto Marcio

Io l'otto marzo ero sempre di turno, non so come mai.
L'otto marzo e l'ultimo dell'anno, sempre in turno.
All'ultimo si faceva un minuscolo cenone, ma la sera dell'otto marzo si faceva la solita pasta all'arrabbiata e poi si aspettava l'eventuale chiamata.
Con l'ambulanza si usciva pochissimo ma si dava una mano in pronto soccorso.
Le poche volte che si usciva con l'ambulanza si ciappava la 131, quella figa con anche il riscaldamento e si andava in un ristorante, o in un pub. Si entrava tutti bardati come robocop fra lo sconcerto degli astanti e si arrivava ad un tavolo.
Di solito c'era una poveraccia quasi in coma etilico, le amiche attorno in lacrime.

Di solito la cogliona di turno si era scolata tre bottiglie di bianco, per festeggiare. Festeggiare cosa?!? La libera uscita annuale? Il guinzaglio lungo per una sera?! L'illusione di essere un'altra? L'unico giorno senza figli? Non si capiva.
Controlla le pupille, ficcale una mano sotto il reggiseno anche se non dovresti, ma dico...provare il polso inguinale e' forse piu' dignitoso?!? Portala in pronto dove le fanno la solita pera di metadoxil e dopo un'ora e' gia' in piedi.
Torni in sede a guardare l'inutile TV, a ciondolare, a litigare con quelli che fumano anche se c'e' il divieto.
Dopo un po' si va in pronto ad aspettare altre vascorossi e si parla col medico di turno...quel vecchio porco. Anche lui non si perde mai un otto marzo, ma lui ci si segna, non si vuole perdere lo spettacolo di quelle donne in difficolta', agghindate come mignotte. Con gusto perverso le ausculta facendo pero' rotolare l'occhio sulle autoreggenti o sulle mutandine pizzate o sul reggipoppe al titanio che farebbe spuntare le tette anche alle anatre.
Arrivano altre sfigate, ferite, rotte. Non reggono la liberta'. Quasi tutte, nei locali, si comportano come degli uomini, adottano i loro atteggiamenti piu' beceri, rigurgitano le frustrazioni e parlano di sesso come ne parlano gli uomini, come fosse una cosa sporca.
Toccano il culo al cameriere del ristorante, si prendono insulti, piangono, bevono, urlano slogan e minacce contro il mondo maschile, queste suffragette monouso della provincia opulenta.
Altre vanno agli spettacoli di spogliarello, poi tra un cocktail e un pacco sovradimensionato si accorgono che la loro vita e' fatta di pratiche da sbrigare, di figli che non le rispettano e di mariti con la piorrea. Non reggono, bevono all'inverosimile e arrivano da me.
Le accolgo, apro loro la porta, le faccio stendere sulla barella:
"vomita pure qui, poi butto via tutto"
"mi vergogno!"
"figurati, ne vedo tutte le settimane, pure di peggio, son qui per questo"
Si rassicurano e tirano su l'anima. Mi mostrano quello che hanno dentro e io lo butto nel cesso. Vomiti di gamberetti su letto di rucola e scaglie di parmigiano. Vomiti di tequila sunrise. Vomiti di trasgressione. Solo una volta l'anno pero', senno' son botte.
Si cagano addosso, ma non mi formalizzo, cagata piu', cagata meno, almeno il piu' delle volte sono cagate di giovani donne.
Le accompagno in bagno, porgo loro le salviette usa e getta, le riaccompagno in astanteria.
Qualcuna non si ripiglia e le loro amiche piangono come vitelle. Piangono ancora di piu' quando mi seguono in corsia. Cerco di tranquillizzarle senza troppo successo: "Su non e' una tragedia, e' solo per una notte, per precauzione", ma ululano le amiche, come se portassi la loro compagna di lotta all'obitorio.
La maggior parte pero' si risveglia e c'e' sempre un medico che le guarda con compassione, c'e' sempre un barelliere che va a prendere loro dell'acqua.
"Posso andare adesso?!" pigolano.
"No, aspetta, hai la pressione massima a 80, lascia almeno che finisca la fisiologica"
"il mio compagno mi aspetta..."
"lascia che aspetti, sa che facevi la seratona, aspettera'..."
"chi glielo racconta adesso..."
Sono piu' preoccupate del giorno dopo che dello stomaco sottosopra.
A queste donne qui, ricche e piu' o meno emancipate non fa mica bene l'otto marzo.

Coraggio, domani e' gia' passato e si ritorna in gabbia. Auguri.

Lo decido senza troppo riflettere, e’ una scelta obbligata: voglio fare il Volontario Del Soccorso, il barelliere in pratica, per la Croce Rossa ad essere precisi.
Perche’? Perche’ si’.
Sembra che lo voglia adesso nel 2009, ma adesso e’ il 1988.

Il corso e’ bello, c’e’ la teoria e la pratica, ci sono le dispense e ci sono gli incontri con i medici.
Il traumatologo ci ha spiegato che non dobbiamo farci troppi problemi a snodare membra attorcigliate, che loro farebbero lo stesso.
Il pneumologo ci consiglia di lasciare conficcati i coltelli, per evitare pneumotorace ed emorragie. Comincio ad avere dei dubbi.
I dubbi aumentano quando abbiamo l’incontro con la neurologa.
Ci dice un sacco di cose, prendo appunti, ma vedo gia’ che non ci sto dietro. Prendo nota di cose che non usero’ mai in vita mia, dimentico cose che si riveleranno fondamentali. Scrivo, scrivo, scrivo. Poi mi fermo. Cosa ha detto?
"Scusi puo’ ripetere?"

Sbuffa la neurologa: "Dicevo che poi tocca a noi fare la valutazione sull’estensione del danno, sulla qualita’ della vita e decidere quali azioni intraprendere".
"In che senso?" chiede una tizia dai capelli scurissimi e il naso a punta.
Alza gli occhi al cielo la dottoressa, come se parlasse a dei minorati: "Parliamoci chiaro, siamo fra noi, ma al di la’ di un certo danno cerebrale non c’e’ possibilita’ di recupero. Quindi bisogna valutare se la qualita’ della vita…"
"Ci sta dicendo che voi staccate la spina?!" vuole sapere un tizio biondo e grosso.
"No, no, calma…" la neurologa arrossisce "sto dicendo che il medico, in concordanza coi famigliari si intende, valuta l’opportunita’ di prolungare l’agonia di…"
"scusi" interrompe la moretta che ha capito tutto "ma non considerate che la gente si possa svegliare?"
La neurologa rimane interdetta poi si ricorda che noi siamo praticamente dei dilettanti e secca precisa:
"Si’, ma ci sono casi in cui la gente non si risveglia, mai."
"Ma potrebbe succedere?"
"La letteratura medica non ne parla, per determinate situazioni non e’ mai successo"
"Ma potrebbe?"
"Lei crede ai miracoli?"
"Si’"
"Allora potrebbe"
"E lei crede ai miracoli?"
"Non ne ho mai visti"
"Spero, se mi succedesse qualcosa, di non finire sotto le sue mani"
"Lasci volonta’ precise".
L’incontro finisce presto e l’imbarazzo aleggia. La discussione prosegue e io ho idee chiare in proposito, cosi’ chiare che le ho cambiate una decina di volte nel corso degli anni.
L’esperienza in Croce Rossa e soprattutto in ospedale ha confermato le parole della neurologa: bisogna decidere, non ci si puo’ tirare indietro.
Bisogna morire, questo e’ certo, non e’ certo il come, il quando e ormai alla vigilia del 21 secolo, nemmeno in quanto tempo.
Nel corso degli anni ho portato via con l’ambulanza gente in coma e di fronte a quel corpo mi sono chiesto se fosse vivo e cosa volesse dire vivo. Quei corpi erano caldi, le cellule lavoravano, il corpo era vivo, ma l’essere umano dov’era?
La dimissione del mio primo cadavere, pardon "preagonico" mi ha lasciato quasi indifferente: li’ non ci sono dubbi. Ma quel corpo in coma che respirava da solo ma che non si muoveva da 4 anni mi lasciava dei dubbi. E’ naturale chiedersi "se succedesse a me?".
Non ha senso pronunciarsi adesso, ho visto gente che diceva con voce solenne "se non fossi autosufficiente ammazzatemi, evitatemi questa umiliazione", che poi al momento giusto supplicava le cure e non aveva nessun problema a farsi pulire il culo da sconosciuti.
Ho anche trasportato gente amante della vita che si lasciava andare, rassegnata al fatto che se non si puo’ parlare, non ci si puo’ muovere, non si puo’ piu’ vedere, allora la vita cessa di essere degna di essere vissuta.
Come si fa a dire cosa si vuole adesso?
Diciamo che considero Madre Natura un po’ una puttana, quindi se mi trovassi ad essere un vegetale direi…nel dubbio che io soffra come un cane staccate la spina.
Ma come si fa a dirlo adesso?
Io lo dico, ma la mia volonta’ adesso conta? Sono italiano, vivo in Germania, scrivo su un sito italiano, dove conta la mia volonta’? Secondo quale legge?
Chi decidera’ per me? In base a cosa? Per fare l’interesse di chi?
Gli antichi sardi per esempio avevano un supporto, chiamavano S’accabadora, una strana persona che rimaneva sola con l’agonizzante e quando usciva dalla stanza…dava la ferale notizia.
Non si sapeva cosa succedeva in quella stanza, ma si era grati a S’accabadora.

Stasera si e’ conclusa la battaglia di un uomo che non ha voluto prendere le infinite scorciatoie che si trovano all’interno di un ospedale. Di un uomo che ha voluto rispettare la volonta’ di sua figlia fino all’ultimo senza far parte delle migliaia di involontari e tragici assassini che ogni anno uccidono per misericordia.

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