aiutoCome si fa ad aiutare un tedesco? Dovrebbe essere facile aiutare la gente e, in fondo, i tedeschi sono gente come gli altri. O no?
Di solito l’impulso ad aiutare una persona a prescindere dalla nazionalita’ e’ una questione empatica, probabilmente inscritta nel firmware umano. Perche’ allora questa domanda strana? E perche’ sarebbe un’arte aiutare un tedesco? Sembra una cosa cosi’ semplice, uno ti chiede aiuto e tu glielo dai (o non glielo dai) no?
Ecco e se la persona decisamente teutonica non ti chiede aiuto ma si trova in palese difficolta’ tu che fai? Fai scattare l’empatia umana? Beh si’…e allora come mai se sei da tanto tanto tempo a Monaco esiti e ci pensi su sedici volte prima di intervenire?!
Forse perche’ non e’ cosi’ semplice aiutare i tedeschi? Forse perche’ e’ un arte?

Aiutare gli italiani e’ facilissimo, li aiuti e basta. Poi passi all’incasso della gratitudine o anche solo di un caffe’, sempre che non ti siano capitati dei perfetti stronzi.
Poi e’ chiaro cosa si aspettano gli italiani quando ti chiedono “Mi aiuti?”, e’ facile.
Gli italiani con “mi aiuti?” intendono “Fai tutto per me, anche qualsiasi cazzata, poi ti saro’ grato”.
Anche quando ti dicono “aiutami!” e’  facile capire cosa vogliono, in pratica ti stanno dicendo “non ho veramente bisogno di aiuto, voglio solo vedere quanto mi vuoi bene”. E’ una convenzione millenaria e nel bacino del mediterraneo ha sempre funzionato bene.
I tedeschi invece quando ricevono richieste di aiuto dagli italiani o quando li vedono in difficolta’ capiscono roma per toma.
Proprio da questi errori di traduzione nasce uno dei piu’ grandi malintesi fra italiani e tedeschi.

Tutto inizia verso i due-tre anni, quando si cominciano a muovere i primi passi.
Il piccolo italiano sgambetta incerto in giardino e improvvisamente inciampa, cade, sbatte il cozzino e subito prorompe in un pianto disperato. Subito accorre la mamma, circondata da zie che danno i consigli piu’ diversi mentre la nonna ha gia’ chiamato l’elisoccorso.
Al piccolo tedesco capita piu’ o meno la stessa cosa (il copione della deambulazione umana e’ identico), ma giunto al punto in cui si colpisce di testa madreterra lo scenario diverge. Al richiamo disperato del bimbo non risponde nessuno. Peggio, in lontananza il povero ferito scorge la madre mollemente adagiata su una sdraio che legge una rivista. Il pargolo dopo un certo periodo di frigna e vedendo che i suoi lai non hanno smosso il cuore duro della genitrice, si risolleva e corre verso l’accidiosa donna la quale, quasi inaspettatamente, gli lenisce ogni dolore con coccole materne.
Avendo assistito sbigottito alla scena ho interrogato la madre snaturata sulla sua pigrizia e questa tra l’offeso e l’indignato mi ha detto: “Io intervengo solo per i casi estremi, altrimenti quando impara il mio piccolo a cavarsela da solo?!”. A tre anni?! Mah…
Sara’ evidente da questi due scenari che il piccolo italiano crescera’ con l’informazione che risollevarsi da soli e’ impresa impossibile (altrimenti perche’ sarebbe dovuto intervenire un adulto?!) e in caso di bisogno c’e’ sempre una folla di persone che ti vogliono bene
pronte e tirarti in piedi.
Il piccolo tedesco per contro sa che per far accorrere la madre dovra’ almeno fratturarsi meta’ dell’apparato scheletrico e che solo dopo essersi rimesso in piedi con le sue forze avra’ diritto ad un po’ di calore umano.
L’italiano una volta cresciuto vedra’ il piccolo tedesco (a sua volta cresciuto) come un essere solo e musone, arrogante nel suo modo di fare indipendente e sempre a mostrare di non aver bisogno di nessuno.
Il tedesco d’altra parte, vedra’ il piccolo italiano (che ora magari ha 30 anni) come un mezzo ritardato, incapace di fare le cose per conto proprio e in costante ricerca di qualcuno che faccia le cose per lui.
Quindi un tedesco quando ti chiede aiuto sottindente “guarda, le ho provate tutte, ma con le mie sole forze non ce la faccio” e la richiesta cela sempre una vena di vergogna.
L’italiano invece quando chiede aiuto vuole sapere quanto siete legati, lo fa per stabilire un legame, una rete sociale e ti chiedera’ aiuto anche quando in realta’ ce la puo’ fare benissimo da solo.

Sapendo queste cose come si fa ad aiutare un tedesco in difficolta’? Se gli chiedi “hai bisogno di aiuto?” neghera’ tutto, mentre se intervieni senza permesso lo offenderai,  gli darai implicitamente dell’incapace.
Come si fa? Non se ne esce.  Infatti io non ne sono ancora uscito.

Sono in metro’ pensando ai fatti miei quando un signore elegante, salendo, inciampa nel predellino e quasi imprime la sua faccia sull’asta di sostegno. Gli salvo i connotati prendendolo per una spalla.
Mi ringrazia con forte imbarazzo, molto scocciato e comincia a prendersela con i predellini troppo alti e le aste di sostegno messe ad altezza di faccia. Gli rimetto a posto una manica e percepisco il suo sguardo omicida. Mi allontano.

Se aiutare gli uomini e’ un arte, aiutare le donne e’ un arte nell’arte, perche’ se per gli uomini e’ chiaro che aiutandoli metti in dubbio la loro virilita’ per le donne c’e’ questa zona grigia, c’e’ in loro quell’indecisione fra fare la femmina bisognosa e seduttrice o fare la tedesca indipendente. Quest’area di dubbio  ti fotte sempre.

Sto natando tranquillamente nel laghetto estivo e raggiungo la boa, una serie di bidoni legati fra loro con una piattaforma appoggiata sopra. Sulla piattaforma ci sono tre giovin signori che se la ridono e se la cantano, svaccati sul ripiano di legno.
Io rimango per po’ in acqua a refrigerare le membra, aggrappato ad un bidone, mentre osservo una creatura dalle pregevoli fattezze femmili avvicinarsi alla piattaforma.
Per qualche misterioso motivo la donna, invece di dirigersi verso la scaletta (in effetti posta sull’altro lato e quindi non visibile), si aggrappa alla piattaforma, proprio di fronte ai giovin signori e comincia a spingere sui bicipiti tentando di sollevarsi. Fallisce per tre volte, per tre volte ricade in acqua sotto lo sguardo totalmente indifferente dei giovinotti.
Alla quarta volta la ragazza spazientita, si allontana dalla boa e comincia a berciare: “ma bene, ma bravi, e’ cosi’ che si interviene in presenza di una persona in difficolta’?! dov’e’ finita la cavalleria eh?”.
Io sono ancora in acqua e ho assistito ai tentativi della donna con grande imbarazzo, non
sapendo bene cosa fare. Di fronte a quella concione mi sono fatto piccolissimo, roso dal
senso di colpa: avrei dovuto aiutarla e non l’ho fatto. Invece i ragazzi mostrano una faccia totalmente stupefatta. La donna continua: “Avevate visto che ero in difficolta’, mica vi siete mossi!”.
Io mi sento un verme per loro, ma questi reagiscono in modo che lascia me stupefatto:
si guardano a vicenda con aria interrogativa per qualche secondo e poi scoppiano in una sonora risata, proprio sguaiata.
La donna a questo punto esplode e comincia ad insultarli “stronzi! pezzi di merda! bastardi!” e comincia a nuotare verso riva fermandosi ogni tanto per voltarsi e mostrare ai giovinotti il dito medio.
A quella reazione i ragazzi reagiscono praticamente rotolandosi sulla piattaforma, incapaci di frenare l’ilarita’. Io sono sgomento.

Ci ho messo anni prima di capire cosa fosse successo esattamente quel giorno.

Se aiutare le donne e’ molto difficile, aiutare le lesbiche e’ facilissimo: non lo si fa.
In presenza di una Butch bisogna semplicemente sparire, essere invisibili. Infatti il modo migliore per prendere delle botte e’ aprire  la porta ad una maschietta con un inchino
e invitarla ad entrare dicendo “Madame…”.
Questo pero’ rende facile, molto facile e anche gratificante aiutare queste persone: se una una lesbica ti chiede aiuto esplicitamente saprai che non solo le avra’ provate tutte, ma ti ritiene l’unico al mondo in grado di risolvere il suo problema. Questo perche’ se gia’ e’ difficile digerire il fatto di non essere in grado di farcela da soli, chiedere ad un maschio diventa cosa insopportabile.
Gia’ piu’ facile e’ aiutare le donne anziane e gli anziani in genere ma con qualche precauzione.
Sugli anziani monachesi si dovrebbe scrivere un post a parte. Gli anziani a monaco ne hanno viste di tutti i colori a cominciare dalla guerra, anche se ai tempi erano bambini.
Quando ho chiesto ad un’amica come mai gli anziani tedeschi fossero cosi’ arzilli, questa mi si e’ avvicinata e mi ha sussurrato all’orecchio: “Eugenetica”.
“Scusa?”
“Sono il risultato di una folle selezione avvenuta in quei tempi la, sono sopravvissuti solo i piu’ robusti”.
Ho cominciato ad avere timore del vecchietto bavarese.

Nell’appartamento al piano terra si e’ trasferita una signora in carne, mi dicono che abbia passato gli 80 ma e’ ancora molto arzilla. Sta sempre alla finestra e non manca di attaccare bottone con chiunque in bavarese.
Dal suo appartamento escono sempre degli sciauri paradisiaci di torte o di arrosti a seconda del giorno della settimana.
Un giorno una vicina mi dice che l’anziana non sta molto bene, che ha problemi a camminare. Inizia il mio rodimento.
Ci penso e ci ripenso e alla fine decido che alla prossima volta che passo sotto la finestra gliela butto li’: “Signora io vado a fare la spesa, ha bisogno di qualcosa? ah e poi ho la macchina se ha bisogno di andare da qualche parte…”.
Mi sono gia’ preparato la frase con tutti i dativi e gli accusativi al posto giusto, ho dosato le parole per farla sembrare una cosa che non mi pesa assolutamente (come in effetti e’) e mascherando il totale interesse in un possibile gesto di gratitudine sotto forma di arrosti e kaesespaetzle.
Esco dal metro’ e la vedo in lontananza, gia’ nella sua postazione di combattimento alla
finestra. Ripasso velocemente il discorso, decido all’ultimo momento di sostituire un dativo con un genitivo e parto.
A meta’ strada intravvedo una macchina degli Johanniter, una delle tante crocerosse monachesi, che parcheggia sul marciapiede. Un ragazzotto scende e consegna direttamente alla vecchiarda finestrata un sacchetto con la spesa e un vassoio di quelli che contengono i pasti caldi. Lei li saluta dicendo “A domani, mi raccomando puntuali che ho la visita alle 10.00 in punto”.

Impossibile aiutare le vecchiette bavaresi, bisogna tramortirle per poterle aiutare e infatti…

Giornata soleggiata e tersa, sono le 11 di mattina ma fa gia’ un caldo africano, tipo 21-22 gradi.
Sono fermo alla pensilina ad attendere il tram quando una vecchietta bavarese crolla a terra poco lontano.
La gente si allontana impaurita, io e un’altra tizia ci avviciniamo.
Faccio subito partire il protocollo: gambe alzate, apertura dei vestiti, controllo dei parametri vitali, pizzicottone e al risveglio interrogatorio per valutare lo stato di coscienza: “Come si chiama? Dove abita? Dove stava andando?”
L’anziana risponde a tono, poi notando l’accento mi chiede: “Ma lei di dov’e’?”
“Sono italiano.”
“Ah gli italiani…sempre cosi’ charmant…sempre cosi’ cavalieri…” e sviene di nuovo.
La tizia che mi sta accanto, avendo sentito le risposte della esanime mi dice: “Abita in un
ospizio vicino a casa mia, ce la posso portare io”.
“Sarebbe una bella cosa, o vogliamo chiamare un’ambulanza?”
Alla mia domanda la signora si risveglia di botto: “No che ambulanza!? Voglio andare a casa!”
“Signora e’ svenuta due volte…direi che bisogna essere cauti…”
“Assolutamente non se ne parla, mi capita spesso di svenire e’ un problema di zuccheri…ecco ho preso sta pillola e ora sono a posto”.
Infatti si rialza e appena arriva il tram vi sale con un balzo sostenuta dalla tizia, poi si volta verso di me e si profonde in ringraziamenti. Non fa alcun cenno alla sconosciuta che la sta riaccompagnando a casa e che pure l’ha aiutata e che ora mostra uno sguardo rassegnato. Forse farsi aiutare dagli stranieri e’ meno lesivo della propria dignita’.

Sembra paradossale ma aiutare i disabili e’ facile, facilissimo, tranne in un caso: i ciechi.
Coi ciechi mi comporto come con le Butch, li invisibilizzo. I ciechi sono fra le persone piu’
arroganti, incazzate e testarde che mi sia capitato di incontrare. Lo posso capire eh, ma il connubio cecita’ e tedeschita’ e’ devastante. Sono sempre scortesi quando li intralci: “Beh non avete sentito il ticchettio?! Siete sordi?!” o “Mi muovo meglio io che sono cieco di voi che ci vedete!” oppure “Che fermata e’ questa?! Col casino che fate non ho sentito l’annuncio”. Spiacevole.

Sto attraversando la strada quando intravvedo un ipovedente (o nullovedente) in lontananza, fermo sull’isola spartitraffico in attesa che il semaforo pedonale ticchetti verde.
Arriva il segnale di via libera ma per un guasto tecnico o per problemi di tempistica l’uomo col bastone bianco si trova in rotta di collisione con una vettura. Un passante dagli ottimi riflessi lo prende per un braccio e lo tira a se’. In tutta risposta viene quasi bastonato dall’inconsapevole pedone. Io sono terrificato.
Tempo dopo un esperto del settore mi dira’ che i ciechi non vanno mai toccati, o meglio
prima di farlo bisogna comunicare verbalmente.  Per esempio se si vuole aiutare un cieco ad attraversare la strada bisogna avvisarlo delle proprie intenzioni spiegado il perche’ avrebbe bisogno di aiuto e precisando “Le sto per mettere una mano sotto il braccio”.

Invece aiutare i disabili normali e’ facilissimo. Cioe’…quasi…

Prendo sempre il metro’ ad una fermata che sta nei pressi di una di queste case attrezzate per disabili. Sono case che rispecchiano la mentalita’ teutonica: tutto e’ fatto per renderti piu’ indipendente possibile e in piu’ c’e’ un bottone da premere in caso di bisogno.
Questa vicinanza mi permette di vedere ogni sorta di personaggi i quali, nonostante disabilita’ potenti, non si fanno intimorire e attraversano la citta’ su macchinari di ogni tipo. Purtroppo non tutti i vagoni dell’U-bahn sono fatti per ospitare alcuni di questi macchinari.
Capita spesso quindi che queste persone chiedano aiuto e lo fanno sempre con molta gentilezza, tanta ironia e senza mai far trapelare dalla voce il minimo segno di vittimismo,
anzi a volte sembra quasi che si divertano:
“Senta bel signore, lo dico a lei perche’ si vede che fa sport, mi aiuterebbe a salire in metro’ appena arriva?”
Abbasso lo sguardo e vedo una ragazza sui 20 anni, molto carina seduta su una
carrozzina che sostituisce nelle funzioni deambulatorie quel groviglio che si ritrova al posto delle gambe.
Io mi butto subito sulle difensive:
“Volentieri, ma lei mi deve dire tutto per filo e per segno”
“Non si preoccupi le spiego tutto, ce la puo’ fare, finora ce l’hanno fatta tutti, non sia il primo a fare una figuraccia ahahah!”
“eh eh [maledizione]”
Arriva il metro’ e io riesco effettivamente a caricare carrozzina e ragazza senza problemi.
“Visto? Da dove le viene tutta questa insicurezza?”
“Ahem…dal fatto che non parlo bene tedesco e temevo di non comprendere le indicazioni”
“Telepatia amico, col tedesco usi la telepatia. Buona giornata”.

Vengo arpionato da un tizio con una carrozzina elettrica gigantesca e dall’aria pesantissima. Il tizio sara’ sulla trentina, per una centocinquantina di chili di peso e ha uno sguardo molto dolce.
Ha gia’ ingaggiato un altro avventore: “Sapete” ci dice “questa carrozzina e’ molto pesante e quando piove le ruote slittano sul predellino, bisogna sollevarla un pochetto in due”.
L’altro portantino e’ un tipo slavato vestito da bancario, visibilmente scocciato dall’incarico perche’, lo ammette, teme di inzaccherarsi con le ruote della carrozzina e di sudare per lo sforzo.
Mi faccio spiegare la teoria e appena arriva il metro’ si parte con l’impresa.
Le ruote anteriori salgono senza problemi ma quelle posteriori effettivamente slittano.
Io e il bancario sbuffiamo e imprechiamo ma niente. Si uniscono altri due avventori, mentre il tizio sulla carrozzina fa salire di giri le ruote. Finalmente queste prendono e lanciano la carrozza in direzione dell’asta verticale per aggrapparsi. Mi sembra di vedere la scena al rallentatore: il tizio a cambe divaricate si precipita contro l’asta che gli si incunea nell’inguine e l’imponente massa si ferma con un botto grazie all’effetto respingente dei testicoli.
Tutti i maschi del vagone urlano di raccapriccio, ma il giovane li tranquillizza: “Tranquilli sono paraplegico non ho sentito niente, al limite stasera avro’ qualche problema a pisciare ahahah, no dai seriamente ha preso il bordo del sedile, mica le palle ahhahah!”
Io e il bancario ci allontaniamo, io per timore di altri lazzi, lui infastidito perche’ si e’ effettivamente inzaccherato il vestito e ora e’ tutto sudato.

Aiutare le donne e’ difficile quindi, aiutare i disabili e’ facile. Ma nel caso di una donna disabile ma non troppo?! Mission impossible.

Nel cortile, quando vado a buttare la spazzatura incontro spesso questa tizia che si sposta col deambulatore.
Si muove in modo strano, ha le gambe completamente rigide e le agita alternativamente di lato avanzando di pochi centimetri per volta.
Sara’ fra i 30 e i 40 anni e ha uno strano modo di parlare strascicato. Mi attacca sempre bottoni pazzeschi.
Io rispondo a monosillabi e quando non capisco una parola gliela faccio ripetere dicendo “sa sono straniero”. Questa sembra non comprendere il concetto di stranierita’, usa parole astruse e alla fine si e’ convinta che sono io quello con delle disabilita’.
Una sera tornando a casa la vedo di spalle accanto ad una macchina. Capisco che le e’ caduta la spesa, che e’ riuscita a raccoglierla tutta ma che una scatola di piselli e’ finita sotto la macchina. Allunga la mano, ma con quelle gambe rigide non ha speranza. Mi avvicino:
“Uella’ salve, aspetti che l’aiuto.”
Mi piego sotto la macchina recupero la scatoletta e gliela depongo nel cestello del deambulatore.
La donna quasi si mette a piangere, balbetta, dice che non c’era assolutamente bisogno che l’aiutassi, che ce la stava facendo da sola. Improvvisamente sgambetta via lasciandomi perplesso.
Da quel giorno non l’ho piu’ vista.

Da tutti questi episodi si potra’ concludere che aiutare degli sconosciuti sia un’impresa, mentre nel caso degli amici…dovrebbe essere facile, dovrebbe essere implicito nel concetto di amicizia no?
Beh, si e’ no, la mamma deposta mollemente sulla sdraio che ti guarda da lontano e’ sempre in agguato.

Mi chiama una cara amica di una cara amica:
“Di’ hai sentito di Linda no?”
“Si’, brutta storia, volevo chiamarla…”
“Ecco fallo che le fara’ piacere, e’ nei bei casini.”
“Di che tipo?”
“Con la figlia in quelle condizioni non puo’ nemmeno uscire di casa.”
“Beh, posso farle io la spesa se vuole…”
“Seee…vuoi che non gliel’abbia gia’ detto?”
“Immagino…”
“Dio che testa dura…”
“Miriam…anche tu sei cosi’, siete tutti teste dure, ve le hanno montate da piccoli.”
“…”
“Cazzo prima di darvi una mano bisogna che giacciate in un letto di ospedale e anche li’ vi fidate di piu’ dei paramedici che degli amici.”
“Ma cosa ti prende?!”
“Non mi prende niente, so gia’ che Linda non mi chiamera’ mai chiedendomi di farle un favore e la cosa mi frustra parecchio.”
“Chiamala tu.”
“Lo faccio subito, ma scommettiamo che mi dira’ ‘grazie, sei un tesoro, conto su di te’ e poi non si fara’ sentire?”

Ho vinto la scommessa.

Caro italico stai attento. Quando aiuti i tedeschi fallo con cautela, ma soprattutto se sei tu ad aver bisogno non frignare, non mugugnare dicendo che i tedeschi non hanno mai mosso un dito per te, che piuttosto ti lasciano crepare in mezzo alla strada: non ce l’hanno con te e non e’ nemmeno necessario sfoderare la carta nazi, ti stanno semplicemente stimando, ti stanno dicendo che confidano nelle tue capacita’ di recupero.
Se hai problemi, se piangi e nessuno arriva ti stanno guardando da lontano, adagiati mollemente su una sdraio, leggendo una rivista e aspettando pazienti che tu ti rialzi da solo.