Silenzio

Entro nella kneipe tranquillo, mi dirigo svelto al bancone del bar pregustando la mia dose settimanale di weissbier e di muta solitudine.
Invece, mano a mano che mi avvicino agli sgabelli, noto uno sventolio sulla destra, sventolio che si tramuta in una mano umana: lui e’ li’. E’ li’ per un caso, non che mi aspettasse.
Io mi pietrifico e vedo dissolversi il guscio di orsitudine settimanale.
Per un attimo considero l’opzione di far finta di non vederlo, oppure di vederlo, salutarlo e dirigermi comunque verso gli sgabelli alti dicendo “non ti voglio disturbare”. Ma lui e’ li’ che sorride e che sventola la mano e alla fine mi rassegno, prendo posto al tavolo, di fronte a lui, dicendo “non disturbo vero?” e sperando che mi risponda “beh volevo stare da solo…” dandomi modo di scusarmi e di condividere la solitudine altrove. Invece no, si sbraccia, “prego, prego!” e mi fa cenno di accomodarmi.
Di fronte a se’ ha un’insalata e una weissbier. Io ordino la mia di weissbier precisando “senza insalata” e lasciando interdetta la cameriera che ha poca dimestichezza con l’assurdo.
Mentre attendo il mio succo di grano fermentato penso che una sciagura simile non mi doveva capitare, non me la merito: come faro’ a riempire mezz’ora o magari un’ora di vuoto chiacchiericcio!? Come resistero’ allo small talk, molto small e poco talk?! Sono fottuto.

Frank mi aveva approcciato allo Sportfestival di Koenigsplatz, aveva fatto domande, aveva voluto sapere cosa volesse dire il nome di questa strana arte marziale, sorrideva, annuiva e alla fine aveva preso un depliant e se n’era andato dicendo “magari vengo a fare un’ora di prova”. Certo, lo dicono tutti, poi si spaventano pensando a chissacche’ o semplicemente continuano a seguire i propri binari vitali che non prevedono l’arte marziale.
Invece l’uomo si e’ proprio presentato per un’ora di prova, ha tenuto botta e ha mostrato anche una certa flessibilità e coordinazione, cose non banali.
Ancora prima di cambiarsi aveva chiesto dove si firmava per un mese e io l’ho frenato: “feeeerma, pensaci su almeno una notte”. Lui si era sorpreso per il mio tergiversare,  ma i marzialisti sono gente strana.
Si e’ cambiato in fretta ed e’ sparito, saltando il solito chiacchiericcio post-lezione. Pero’ invece di andare a casa o dove capita di andare dopo una lezione marziale, si e’ rifugiato nella mia grotta dell’orso ed ora eccomi qui a pensare a come grattarmi la pelliccia in pace senza farmi troppo notare.

“Non sentirti obbligato a fare conversazione, io volevo solo cenare e tornare a casa” esordisce, forse dopo aver sentito che emano odor di miele o dopo aver visto la resina attaccata al pelo della schiena, ma lo rassicuro senza nemmeno raccontare palle:
“No figurati, hai notato che dopo la lezione dobbiamo sparire alla svelta per lasciare il posto alla lezione successiva? Questo ci impedisce di scambiare quattro chiacchiere, una parte importante dell’attività. Quindi mi sono inventato questo spazio in questa kneipe. Chi vuole viene qui e si parla dell’arte marziale ma non necessariamente, anche delle galassie o della vita o di qualsiasi cosa.”
“Veramente?!” fa lui incredulo.
“Si’ certo perché no?”
“Beh bella idea.” dice annuendo.
Si’ bella idea, poco usata se non in casi di emergenza, quando gli studenti prima o poi hanno il solito scoppio emotivo dovuto all’incrinarsi della corazza, ma comunque una bella idea.
“Ma va bene se ci diamo del tu?” azzarda Frank. Io sono un po’ imbarazzato, sono molto sensibile alla differenza di eta’, ma confermo che:
“Nell’arte marziale siamo tutti studenti, ci diamo tutti del tu.”
“Ah bene bene, anche questa e’ una bella idea.”

Frank sorride sempre e questo, nel paese dei grugni, lo fa risaltare e risultare peculiare, quasi fuori luogo. Io infatti ho subito pensato “Questo e’ uno che nasconde qualcosa, anche solo una paresi.”
Sorride e si sbraccia quando parla. Ogni tanto tocca, allunga una mano e tocca il braccio, come fanno gli italiani in italia. Una vera rarità.
“Sei di Monaco?” esordisco io pescando la domanda dal cesto degli incipit della conversazione spicciola. Ha un forte accento bavaro e si parla nel muso, faccio fatico a capirlo e forse la domanda non e’ poi così scema. Magari viene da una di quelle regioni superbavare, di quelle che se nasci li’ sei fregato visto che nessuno ti capirà in nessuna parte del mondo, nemmeno della Germania, solo li’ dove sei nato.
“Si’ si'” – fa lui –  “cioè non sono nato qui, ma…cioè sono cresciuto qui, fin da piccolo, quindi si’ sono di Monaco.”
Che e’ di Monaco l’ha detto in un modo strano come se io dovessi capire qualcosa che pero’ per il momento non capisco.
Il mio naso da segugio favolinico inizia a prudere e da vero stronzo rinuncio alla conversazione sterile e decido di puntare al sodo, o la va o la spacca anche perche’ mi sono gia’ rotto le balle, dopo soli 3 minuti di ventilazione del cavo orale.
“Quanti anni hai?” chiedo diretto, ma col tono di quello che si informa per questioni marziali, per capire come tarare eventuali lezioni.
“Sono del ’41” risponde secco e oltre al naso ora mi prudono anche le orecchie. Il fatto che non mi abbia detto l’eta’ direttamente ma mi abbia indicato l’anno di nascita e’ una pista, una traccia che ormai devo seguire.
“Caspita” – continuo io e affondo subito senza perdere tempo – “non sarà stato facile nascere in quel periodo.”
Frank si incrina, lo si vede benissimo nonostante la risata:
“Ahah! No, per niente facile!”. Ho toccato un punto sensibile, mi compiaccio e sono contrito allo stesso tempo.
Coi tedeschi bisogna stare molto attenti con l’argomento, si rischia di scoperchiare bidoni pieni di liquame, ma io ho deciso che e’ ora di correre questi rischi, che e’ ora di finirla del passato che non passa, con questa storia che ormai e’ diventata Storia.
“…voglio dire” – insisto – “avevi solo 4 anni quando e’ finita la guerra pero’ immagino che non sarà stato semplice.”
Lo vedo inclinarsi su un fianco, come un albero appena segato che inizia a cadere. Il sorriso e’ sempre presente, ma storto, piegato come il resto del corpo.
Io mi pento subito, ho capito di aver fatto una cazzata, ma ormai e’ tardi e mi preparo ad assistere alla caduta dell’albero, al frastuono e alla nuvola di aghi di pino che si sollevano intorno.
Invece Frank si raddrizza, come se si fosse puntellato, rimette a posto il sorriso e poi…precipita. Appoggia un gomito al tavolo, apre la mano e alla mano appoggia la fronte.
“No, per niente facile…sai quando tutto e’ finito io avevo 4, 5 anni, ma a quell’eta’ uno capisce già e si ricorda…purtroppo si ricorda tutto.”
Che scemo che sono, ma ormai ho iniziato a grattare la superficie, non posso più tirarmi indietro:
“Cosa si ricorda Frank?”
Si risolleva con uno scatto, di nuovo dritto:
“L’orrore. Io uscivo di casa e vedevo solo mutilati, mutilati dalla mattina alla sera, gente senza gambe, senza braccia, senza occhi e… mostri, mostri dappertutto, gente orribilmente ustionata, oppure matti, tanti matti.”
“…”
“Ricordo la paura, costante, incessante.”
“Beh immagino che i bombardamenti…”
“No!” mi interrompe “e’ da prima! molto prima!”
“Da prima?”
“Si’ lo so che sembra una cosa folle, ma…ma…tu credi che già durante la gravidanza si possa trasmettere qualcosa al feto? Sai mio padre non c’era, era in guerra e mia madre non e’ che se la passasse bene.”
“Beh, ricerche hanno dimostrato che si’, il bambino sente i rumori e…”
“E le sensazioni?”
“Questo e’ già più difficile da dimostrare, pero’ si’, ormoni come il cortisolo, l’ormone dello stress vengano passati al nascituro che…”
“Ecco! E’ successo così! E’ sicuramente successo quello, la mia paura viene da li'”
“Ma paura di cosa esattamente?”
“E’ questa la cosa piu’ pazzesca di tutte…non lo so.”
Lo fisso e lui capisce subito cosa mi passa per la testa e fa un gesto, come per rassicurarmi, per farmi capire che ha fatto ricco uno specialista, che quella strada e’ stata battuta. Per confermarmi che piu’ avanti di cosi’ con l’analisi non si puo’ andare mi chiede:
“Tu ci credi che qualcosa rimanga impresso quando si e’ molto piccoli? Come una sorta di marchio?”
“Si’ io ci credo, credo che certi eventi siano una sorta di conio.”
Ora e’ stupito Frank. Dal fondo del mio tedesco stagnante ho fatto venire a galla un termine preciso e appropriato.
“Conio e’ proprio la parola giusta, come hai fatto a pescarla?”
“Ognuno ha le sue magagne Frank.”
“E quindi tu credi che non ci sia…”
“No, credo che non ci sia, che non ci sia troppo margine. Credo che il conio sia indelebile, ma credo che si possa limare il resto della propria personalita’ per compensare quel marchio. Per esempio tu che lavoro fai?”
“Ahah, dai, sono pensionato, pero’ ho sempre fatto il decoratore.”
“Vedi? Ti sei scelto una professione artistica, qualcosa che comunque richiede un contatto col proprio mondo emozionale. Quindi quel qualcosa da cui vengono le idee e le sensazioni non e’ morto, la guerra non l’ha ucciso.”
Devo aver toccato un altro tasto stonato perche’ improvvisamente il sorriso dell’uomo sparisce e stavolta sono preoccupato davvero:
“Ho detto qualcosa che non va?”
“No, no niente, ma…e’ vero, in qualche modo ci sono riuscito, ma e’ stato come avanzare alla cieca. Uno non sa mai da dove vengono i propri pensieri negativi non sa mai da dove viene il proprio senso di inadeguatezza soprattutto quando nella vita ha piu’ o meno successo.”
“Lo so.”
“Per esempio, caspita…!” riprende ora con fervore e sbracciando “Per esempio quei cartelloni, quei maledetti cartelloni!”
“Ahem…quali cartelloni?” chiedo temendo di averlo perso.
“Io mi ricordo che andavo a scuola, intorno a me c’era solo distruzione ma su alcuni muri rimasti in piedi c’erano dei cartelloni. C’era raffigurato un militare, un giovane biondo e sotto c’era una scritta in gotico. La scritta diceva ‘Se tu vali qualcosa imbraccia il tuo fucile e parti per il fronte’, ecco io mi sono ritrovato a ’20 anni piu’ o meno l’eta’ di quel giovane e non avevo nessun fucile, non c’era nessun fronte e qualche parte di me si chiedeva: ‘ma allora non valgo niente?!?'”
“Frank, quei cartelloni non erano per te, tu hai raccolto un messaggio che non era destinato a te.”
“E’ vero, ma quando hai 8 anni non lo sai! Quella roba la ingoi a 8 anni e ti torna fuori a 20 senza che nemmeno tu te ne accorga!” – sbatte la mano sul tavolo, qualche testa si volta ma lui prosegue come se fossimo soli – “Nessuno ti dice niente, nessuno mi ha mai detto cosa avrei dovuto essere anzi…sai qual e’ la cosa piu’ terribile di tutte? Che nessuno diceva niente di niente. La cosa peggiore e’ che non si poteva parlare, con nessuno!”
“In che senso scusa?”
“Non si parlava di queste cose, ne’ con i coetanei ne’ tanto meno con gli insegnanti. Io ci ho provato a dirlo a mia madre, ho provato a dirle delle mie paure senza ragione e del fatto che c’era qualcosa di sbagliato che non era giusto che stessimo male, ma mi ricordo le sgridate. Mi diceva che di queste cose non dovevo parlare con nessuno, che non avevamo diritto di avere paura o di lamentarci perche’ non eravamo noi le vittime, noi eravamo i carnefici. Da quel momento ho smesso di  parlarne…ho solo scritto ogni tanto.”
“Veramente? Hai scritto delle cose? Beh, potrebbe essere una soluzione, un modo per alleggerire il peso, senza contare il valore storico che…”
“Balle! A chi possono interessare queste cose? Sono ancora cose di cui non bisogna parlare, i tedeschi sono ancora…”
Tocca a me interromperlo:
“Io non sono tedesco. Io non ho niente a che fare con questa storia, io sono un osservatore esterno. Io sono piu’ giovane di te, la guerra non l’ho vista nemmeno di striscio, solo nei racconti dei miei genitori e dei nonni.”
“Ecco appunto, pure voi, voi italiani…come…come la vivete? Ce l’avrete ancora con noi no?”
“No” – mento io – “del resto abbiamo iniziato assieme quella follia no? Per noi non e’ mai stato un problema parlare dei disagi della guerra in famiglia o con gli amici. Per noi e’ stato al contrario che per voi: noi abbiamo risolto tutto a livello personale, ma non abbiamo risolto niente a livello di popolo.”
Il discorso e’ lungo e direi che di materiale ce n’e’ fin troppo ma questa cosa gliela voglio dire:
“Io vengo dal norditalia, i miei parenti hanno vissuto l’occupazione nazista, ma nella mia famiglia ci sono storie di fame, non di guerra. I miei nonni sicuramente non avrebbero capito o anche accettato il fatto che mi sono trasferito in Germania, ma per me questo non e’ un problema, per me la Germania e’ un posto come un altro con una storia particolare.”
Ora mi guarda incredulo con un filo di sospetto, forse sono stato poco convincente…si vede che vorrebbe dire qualcosa. Ingoia questo qualcosa, ma gli ritorna in bocca, lo manda su e giu’ un paio di volte poi finalmente lo sputa:
“Mio padre e’ scomparso in Italia, non mi ricordo bene dove…Alexandria…puo’ essere?”
“Si’ Alessandria, puo’ essere”.
“…”
“…”
“Mia madre ha dovuto fare tutto da sola, per questo era nervosa e mi sgridava e mi diceva di non frignare e di non avere paura, c’era da ricostruire un paese”.
“Certo. Era una Trümmerfrau
“Genau. Lei come tante altre. Sai gli uomini non c’erano…mio padre fa parte della cosiddetta’ ‘generazione perduta'”.
“Si’, ho sentito il termine tante volte.”
Ora mi guarda fisso e con due occhi accesi mi dice:
“E io faccio parte della generazione dimenticata, quelli che dovevano solo stare zitti, che non avevano diritto di parlare della guerra perche’ erano i figli di quelli che l’avevano fatta!”

No questo termine, “generazione dimenticata”, non l’avevo mai sentito, ma ha senso e i conti tornano: Frank fa parte di quella generazione di 40enni negli anni ’80 che sono vissuti di sensi di colpa e con la indelebile vergogna di essere tedeschi. Quelli che, appunto, non potevano permettersi di lamentarsi della guerra o dei disagi del dopoguerra perche’ erano i figli e i nipoti dei mostri. Alcuni di questi 40enni hanno influenzato la politica tedesca assumendo un profilo basso e magari sorvolando su certe violazioni di diritti in giro per il mondo, altri sono rimasti anonimi e si sono ingoiati i propri demoni. Ora sono gli anziani.
Sento uno schiocco in testa…sono passati un fracasso di anni! No, non dalla fine della guerra, dall’inizio della mia migrazione!
Ricordo che all’inizio, appena arrivato, guardavo gli anziani di allora con sospetto, curiosita’ e anche un filo di paura.
Ogni ultrasessantenne che incontravo mi faceva scaturire pensieri del tipo: “Chissa’ cosa ha combinato questo ai tempi. Chissa’ chi era, dov’era e di quali orrendi crimini si e’ macchiato”. Si’ perche’ per me erano tutti colpevoli, se non di azioni almeno di omissioni, di silenzi e connivenze. Tutti loro – dicevo – hanno steso il braccino…beh anche i miei genitori l’han fatto…ma questi l’hanno steso piu’ degli altri!
Allo stesso tempo vaneggiavo di incontrare qualche anziano che vuotasse il sacco e mi raccontasse particolari morbosi di quel periodo e mi sono sempre rammaricato che non fosse mai successo.
Invece sono passati anni, molti anni, quegli anziani li’, quelli colpevoli, sono morti tutti e ora ci sono questi anziani qui che non hanno mai steso il braccino, non hanno mai fatto nulla di atroce eppure hanno subito parecchio…il sangue dei padri ricadra’ sui figli…

“Ti sto annoiando eh?” – Frank mi riporta al presente.
“No anzi…ti ho detto che queste storie mi interessano mi stavo solo rammaricando…”
“Di cosa?”
“Io ho due grossi rimpianti per quanto riguarda Monaco e la sua storia: quello di non essere mai andato a trovare Väterchen Timofei quando ancora viveva all’eremo e per non essere mai andato a trovare la piu’ giovane delle segretarie di Hitler”
Sgrana gli occhi Frank: “La segretaria di Hitler?!”
“Si’, non mi ricordo assolutamente il nome, ma e’ la piu’ giovane, quella che si vede anche nel film con Bruno Ganz, quella che piange fuori dal bunker. Ecco avevo saputo che viveva sulla Leopoldstr. e che negli ultimi anni aveva deciso di vuotare il sacco, che non gliene fregava piu’ niente di niente e che era disponibile a parlare di quel periodo.”
“Ah, avra’ avuto la fila fuori casa!”
“No per niente, solo qualche storico e qualche ficcanaso, nessun nazi. Lei stessa si meravigliava, ma come hai detto tu, per la maggior parte dei tedeschi il parlare di quel periodo in termini non storici e’ ancora un tabu’. Purtroppo ho saputo di questa disponibilita’ solo quando lei e’ morta…mi sarei mangiato le dita…”
“Ma tu ci saresti andato?!”
“Sicuro come l’oro!”
Si sfrega le mani, gli occhi che rimbalzano da destra a sinistra poi vedo che si rilassa, come avesse preso una decisione. Con scatto felino estrae il portafogli dalla tasca, ne fa uscire due fogli A4 piegati e me li porge facendoli scivolare sul tavolo:
“Ecco, e’ tutto quello che ho scritto…per il momento.”
Io sono totalmente imbarazzato:
“Non…no guarda…non e’ il caso io…ma sei sicuro?!”
Fa un gesto con la mano, come per dire “ma per te certo” come se ci conoscessimo da anni. Sono totalmente spiazzato. Prendo i fogli, li infilo velocemente nel portafogli e rimango congelato, immobile di fronte al mio bicchiere vuoto, senza sapere cosa fare o cosa dire.
Ne esco in modo maldestro. Dicendo che si e’ fatto tardi mi alzo e senza aspettare la cameriera vado verso la cassa.
Quando Frank chiede di offrirmi la birra lo blocco subito. Gli pago la cena dicendogli “e’ il minimo” e guadagno veloce l’uscita.

La lettera, i due fogli, pesano in tasca come se fossero sassi e raggiungo la stazione dell’u-bahn barcollando leggermente senza capire troppo il perche’, forse non sono abituato a cosi’ tante confidenze da sconosciuti in cosi’ poco tempo.
Di storie truci di guerra ne ho collezionate tantissime fin da quando ero infante. Sono stato esposto fin dalla tenera eta’ al fatto che i bambini le guerre le subiscono o magari anche le fanno, quindi non capisco cosa ci sia di diverso in questa storia.
I miei ricordi infantili sono pieni di immagini di bambini vietnamiti mutilati o di cambogiani ustionati. Ho visto filmati di bambini bosniaci traumatizzati irrimediabilmente dal fragore dei mortai oppure ho visto dipinti centrafricani che ritraevano bambini-soldato dagli sguardi arroganti o velati dalle droghe. Bambini vittime o bambini carnefici (e quindi sempre vittime, in quanto bambini).
Cosa ha di diverso questo bambino nato in tempo di guerra?!
Poi come in un lampo mi ricordo di tutte le parole dette e diventa chiaro: quel bambino e’ stato una vittima eppure fin da quando ha iniziato a comprendere il linguaggio degli adulti gli e’ stato detto che comunque era un carnefice. Lui e tutta la sua generazione si sono accollati il peso della colpa dei loro padri e tutto cio’ senza la possibilita’ di dire nulla.  E’ un miracolo, un vero miracolo che non ci siano decine e decine di questi bambini che una volta cresciuti abbiano cercato di risolvere questa frattura interiore cercando di diventare quello che gli hanno detto che erano, dei carnefici.

Arrivato a casa nascondo subito la lettera in un cassetto.
Devo lasciar passare del tempo prima di leggere della guerra vista con gli occhi di chi l’ha subita fin dal grembo materno, ma che e’ stato convinto che l’ha fatta.