Sono concentrato e pesto i tasti, convinto che piu’ si sbatta la tastiera e piu’ le cose funzionino. E’ un passaggio delicato, il codice si rifiuta di essere soggiogato al mio volere, per questo quasi salto alla gola al collega capellone che si scaraventa nel mio ufficietto e interrompe il flusso disordinato dei miei pensieri urlando:
“Ho scoperto il segreto! Ho scoperto il loro segreto!”
Ignoro il capelluto mentre lancio una nuova compila che fallisce miseramente, ma il collega non si da’ per vinto e inserisce fra lo schermo e il mio naso un librino rosa, poi mi tortura le orecchie: “E’ scritto qui, e’ tutto scritto qui! Finalmente il mistero e’ risolto!”
Sbuffo, accantonando i pensieri omicidi e faccio finta di interessarmi:
“Di quale mistero vai cianciando?”
“Il mistero del Bidet!”
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No, non poverini o poveretti, proprio poveri, di quelli che non sanno come unire la salsiccia bianca del mattino con quella rossa della sera.
L’avevo detto che a Monaco non si vedono poveri in giro? Si’ l’avevo detto e la capa, quella che fa il volontariato coi barboni mi aveva rassicurato: “E’ gente con altri problemi al di fuori di quelli materiali. non preoccuparti”.
Gliel’ho chiesto di nuovo di recente alla capa dei poveri di monaco e stavolta mi ha risposto: preoccupati.
Infatti c’e’ da preoccuparsi.
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Va bene, vi siete sparati corsi su corsi, vi siete massacrati di esercizi e sulla scrivania non avete la foto dei cari ma la tabella delle declinazioni degli aggettivi. E adesso? E adesso non e’ mica finita, bisogna parlare.
Eminenti neurologi mi fanno sapere che le aree del cervello dedicate alla lettura o all’ascolto non sono le stesse dedicate all’espressione verbale? Che vuol dire? Che nonostante sudore, fatica e abnegazione e’ tutto da rifare, bisogna allenare un’altra parte del cervello.
In pratica vuol dire che se anche si riesce a leggere il giornale o seguire un film in tedesco non e’ detto che si riesca a parlare, per farlo…bisogna farlo. Ma qui c’e’ un’ostacolo a prima vista (ma anche a seconda) insormontabile: come si fa a parlare tedesco se non si sa parlare tedesco? Se lo scopo e’ parlare correttamente come si fa a conciliare la purezza grammaticale con la necessita’ di non devastare le gonadi di chi ci ascolta con le nostre insicurezze e i nostri tentennamenti?
Ecco alcuni consigli semi-seri per sostenere una conversazione senza far scappare i nostri interlocutori.
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In queste convulse giornate mediatiche mi stanno arrivando zaffate maleodoranti da ogni direzione.
Odor di campagna, ancora odore di campagna. E’ odore di paura, il peggiore di tutti.
Prima il tanfo e’ arrivato da nord, partito da amburgo, ma si e’ affievolito per essere soppiantato da un tornado puteolente che ha varcato le alpi da sud.
In entrambe i casi il vento della paura ha cavalcato slogan e parole forti, cominciando col “pagliaccio” dell’amburghese spiddino e seguito da innumerevoli paragoni e tremori neo-fascisto-nazisti provenienti dall’italia. La cosa piu’ sconcertante e’ che i piu’ impauriti dal nuovo comico che sta tenendo sotto scacco gli attuali potenti, sono proprio coloro che avrebbero dovuto sorpassarlo sulla sinistra e fregargli il programma. Typisch.
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Io questa volta ci ho provato a dirlo, ho perfino strillato: della campagna non me ne frega niente, nienteeee, nienteeeeeee!
Invece me la sono percorsa tutta, da nord a sud e da est a ovest.
Mi sono sentito dibbbattiti e interviste, mi sono letto articolesse e analisissime, mi sono beccato concioni perche’ vivo in un paese dove il mio leader (sic!) vuole controllare la politica italiana mentre adesso ricevo richieste di subaffitto del divanoletto.
A me la campagna e’ sempre piaciuta ma viverci e’ faticoso.
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Ho visto l’intervento di Bisio a sanremo, tramite il tubo dei videi. Sono rimasto scosso, molto scosso, profondamente scosso, praticamente devastato.
Quei 13 minuti di video andrebbero mostrati a scuola, in tutte le scuole europee (gli americani si fottano)
Ma non e’ per questioni didattiche che sono rimasto distrutt dal video.
Quell’intervento mi ha ricordato l’egualmente devastante, ultimo anno della mia permanenza in suolo italico. Mi ha ricordato l’anno in cui io con altri disperati avevamo deciso di cambiare il mondo…poveri pirla.
Ah si’ e mi ha ricordato anche che da qualche parte avevo conservato un ritaglio di giornale.
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Ho sperato fino all’ultimo in un ritardo, in un disguido consolare, in un incidente postale. Invece niente e con sospetta puntualita’ sono arrivate le schede elettorali, le ostie di cellulosa per celebrare la messa democratica.
Le ho annusate (hanno sempre un buon odore) e poi le ho aperte e stese sul tavolo come faccio sempre. A destra quella per la camera a sinistra quella per il senato. Poi ho chiuso gli occhi.
E adesso? E adesso che faccio ? Ma soprattutto io che c’entro?
Si’ ho gia’ fatto l’esperimento di tirarmi fuori dalla cosultazione elettorale, piu’ truccata della roulette di una bisca clandestina. L’ho fatto usando lo slogan “non faccio piu’ parte della societa’ italiana”, ma poi sono stato scottato da anni di sbertucciamenti quotidiani da parte dei tedeschi e solo il servo dei banchieri mi ha ridato dignita’.
Quindi? Quindi boh…a questo giro votero’ alla tedesca e so che non ne usciro’ indenne.
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Affretto il passo nonostante il dolore diffuso e lo rallento quando vedo il convoglio partire. sgrunt.
Arrivo al tabellone elettronico che mi informa: devi aspettare 32 minuti, fatti un giro.
Lo faccio, godendomi il friccicore dei -7 del Ricchissimo Paesello. Poi si alza un alito di vento che mi affetta i padiglioni auricolari e mi rifugio nella sala
d’aspetto riscaldata.
Depongo lo zaino e depongo il corpo sulla panca, martoriato da 5 ore dell’arte marziale, interrotte da una opulenta mezz’ora di pausa usata per ingurgitare dei carboidrati di cui non ricordo ne’ la forma, ne’ il sapore, probabilmente erano privi di entrambe.
Reggo fra le gambe le frecce e penso che mi potrebbero causare una inopportuna conversazione in s-bahn. Nella panca dietro la mia c’e’ una tizia che mi ha guardato con indifferenza quando sono entrato in sala d’aspetto, ha sgranato gli occhi vedendo le frecce ed e’ ripiombata nell’indifferenza guadagnandosi la mia gratitudine.
Dieci minuti prima che arrivi l’s-bahn la sala d’aspetto si popola, entra un tizio ciarliero che attacca bottone con tutti tranne che con me, mi faccio piccinissimo.
Arriva l’s-bahn, faccio per precipitarmi sul binario 1, afferro armi e bagagli (letteralmente) e apro la porta della sala, ma il tizio ciarliero mi ferma: “ue’ ma l’arco dove l’ha lasciato?!”.
Sono caduto in trappola.
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Mi affanno per raggiungere il binario 29 dove c’e’ il treno che mi porta al Ricchissimo Paesello per un altro giro dell’arte marziale.
Arrivo in tempo e…il treno non c’e’. Dopo le doverose maledizioni e improperi contro un paese che sta visibilmente declinando realizzo che sono io che ho cannato completamente gli orari.
Lascio gli improperi a galleggiare sul binario 29 e mi precipito verso la S-bahn che mi porta al Ricchissimo Paesello con piu’ calma.
Il vantaggione ormai si sa: in s-bahn nessuno ti tocca e il mio famoso librino infatti viene aperto e scrutato.
Nel sedile di fronte della fila opposta c’e’ una signora con un sacchetto. Dopo due fermate di fronte a lei si siede un tizio sulla sessantina che si fa i fatti suoi per un paio di stazioni e poi: “mi perdoni la curiosita’ signora ma quel sacchetto dove l’ha preso?”.
Parte una conversazione che mi lascia indifferente fino a quando sento delle parole chiave. Ho finito di leggere. Chiudo il librino, mi appoggio al finestrino e faccio finta di dormire mentre il mio orecchio destro diventa enorme e assume la forma di una tromba di grammofono.
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Oggi vado al Ricchissimo Paesello per fare l’arte marziale e per la prima volta ci vado col treno invece che con l’s-bahn. L’abbonamento in mio possesso me lo consente e ci si mette mezz’ora invece che 45 minuti. Un vantaggione.
L’unico svantaggione e’ che la popolazione dei treni e’ diversa da quella di u-bahn e s-bahn, e’ piu’ ciarliera, piu’ propensa alla socialita’ e per me’ e’ una mezza sciagura, anche perche’ ho intenzione di finire un certo librino che mi spiega come funzionano la vita, la morte e i miracoli.
Il treno e’ vuoto, sono in anticipo e occupo due posti, alla bavarese. Su un sedile depongo il mio turgido corpo, sull’altro il librino, a sua volta deposto su una copia della Sueddeutsche Zeitung che titola “In germania la forbice della disuguaglianza aumenta” e mentro lo leggo penso “i lettori del blogghino si beccheranno un altro bel pistolotto”.
La mia mezz’ora di viaggio sereno sembra garantita quando, a treno ancora fermo, entra un ciccio che si trascina per il corridoio. Io so gia’ dove si andra’ a sedere e so gia’ che il mio librino rimarra’ tranquillo. Fai un respirone e leggi il resto »
